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Siamo ufficialmente entrati nel secondo quarto di secolo dalla nascita di Kalporz e le nostre scelte riflettono come dodici mesi fa – o forse come avviene già dall’inizio di questo tormentato decennio – la natura e l’estetica di una scena internazionale sempre più imperscrutabilmente eterogenea. I migliori album selezionati dalla nostra redazione rappresentano più che mai una costellazione di sonorità che abbatte ogni barriera di genere – non solo musicale – e generazioni. Sul podio tre nomi per certi aspetti molto diversi ma a loro modo specchio di una contemporaneità che non ha più paura di essere definita pop nell’approccio ad artisti che conquistano milioni di streaming mensili senza proposte musicali facili o da amore a primo ascolto.
20. bdrmm
“Microtonic”
(Rock Action Records)

Un’evoluzione musicale chiara. I bdrmm non vogliono essere una classica band shoegaze ma, come hanno più volte dichiarato, vogliono avvicinarsi a sonorità più elettroniche e ambient. Sarà bellissimo capire quanto l’elettronica prenderà il sopravvento in futuro e come i loro live dovranno modificarsi, dosando ancor più coraggiosamente i diversi mondi. Riuscire a creare momenti di straniamento per poi sconfinare in sbalzi elettronici o post-punk è un’arte difficile, e oggi poche band riescono a farlo così bene.
19. CAR SEAT HEADREST
“The Scholars”(Matador Records)

L’Opera teatrale di Will Toledo “The Scholars” (leggi la recensione di Federico Tranfaglia) ci fa viaggiare all’interno dell’eccentrica Parnassius University, facendoci conoscere i suoi personaggi con i quali si può facilmente entrare in contatto per cantare e chiacchierare insieme, spensieratamente. Il disco riesce,nonostante il suo eclettismo, a mantenere una sua forte impronta identitaria forgiata da una consolidata esperienza compositiva amalgamata alla strabordante voglia di sperimentazione e di creatività che rendono possibile la messa in scena di un’Opera con la O maiuscola.
18. DIJON
“Baby”
(R&R / Warner)

Postmoderni e a tratti un po’ barocchi, lo stile e la delivery del performer e produttore originario del Maryland in questo “Baby” (leggi la recensione di Samuele Conficoni) possono riecheggiare alcuni dei migliori passaggi del Frank Ocean più elettr(on)ico saldati agli impulsi maggiormente innovativi e ipnotici di un certo hyper-pop che flirta coi sottogeneri cloud e lo-fi del rap contemporaneo. È un lavoro estremamente apprezzabile non solo per queste scelte stilistiche, per nulla banali e declinate con gusto e con raffinatezza, ma anche per come la scrittura di Dijon si mostri evoluta, stratificata e perfettamente compatibile con l’etereo tappeto sonoro che la completa, il cui merito va ampiamente ascritto alle eccelse abilità del chitarrista Michael Gordon e degli altri eccellenti collaboratori di Dijon, tra cui figurano Andrew Sarlo e Henry Kwapis.
17. RACING MOUNT PLEASANT
“Racing Mount Pleasant”(R&R)

Nati in una casa vicino all’Università del Michigan, dove i membri vivono e creano ancora oggi, i Racing Mount Pleasant sono un nuovo capitolo del progetto musicale Kingfisher per abbracciare pienamente un sound più ribelle e trasversale. Il loro LP di debutto I spazia tra post-rock, l’emo del Midwest, l’indie rock di qualche decennio fa e baroque pop con un equilibrio e un gusto da grande tradizione Americana.
16. SHARP PINS
“Radio DDR“(K / Perennial)

Kai Slater è un ventenne di Chicago con il cuore nel ventesimo secolo. Da un lato si diletta ad aggiornare il post-hardcore con i Lifeguard, dall’altro smanetta nella sua camera con Tascam 688, registratori a cassetta e Rickenbacker a dodici corde per portare l’ascoltatore del suo altro progetto Sharp Pins in un universo alternativo nel quale John Lennon, Syd Barrett e Alex Chilton sono ancora vivi. Un disco, Radio DDR, che sembra pescare dalle migliori melodie nate da questi nomi rileggendole nella chiave lo-fi di Slanted & Enchanted dei Pavement o Bee Thousand dei Guided By Voices – lo stesso timbro vocale dell’artista ricorda quello di Robert Pollard. Segnaliamo “When You Know”, “Storma Lee” e “If I Was Ever Lonely”, gioielli di un repertorio cristallino e arricchito nell’ultimo mese dalla pubblicazione di Balloon Balloon Balloon.
15. LITTLE SIMZ
“Lotus”(Awal)

Per l’artista londinese è stato l’album più umanamente difficile: la traumatica rottura con Inflo – produttore, polistrumentista e soprattutto prezioso collaboratore per gli ultimi (ottimi) lavori di Simbi – è coincisa con un nuovo inizio e una nuova ricerca di autoconsapevolezza, in un percorso che non è stato semplice né lineare, ma che alla fine si è pienamente compiuto. Little Simz ha ritrovato le sue certezze, è ripartita da nuove figure come Miles James (Kokoroko) e ha radunato tanti ospiti di spessore, alcuni dei quali già presenti nei lavori passati. Il risultato finale è un prodotto che trascende ancora i confini dell’hip hop, fra le già familiari influenze soul e un rinnovato gusto jazz, e anche grazie a più robuste incursioni in territori afrobeat e alle sorprendenti divagazioni post punk
14. SUEDE
“Antidepressants”(BMG)

Come scrive Paolo Bardelli nella recensione di “Antidepressants”, c’è qualche ballata, come “”Somewhere Between an Atom and a Star” che pare una nuova “Sleeping Pills” oppure “June Rain” dal giro di accordi così vicino a “Through the Barricades” degli Spandau Ballet (!), e ci sono due brani molto bui che potrebbero essere stati scritti dai migliori Cure, “Trance State” e la conclusiva “Life Is Endless, Life Is a Moment” (titolo bellissimo). Ma come fanno? Non c’è risposta o forse l’unica ipotesi è che i Suede cerchino di essere loro stessi oggi, non si rappresentano come erano o come saranno, sono qui, con noi. Senza fermarsi: nell’intervista a Dazed emerge che Anderson “già pensando al prossimo album, anche se in fase embrionale”. Che è l’unico modo di ingannare, almeno per ora, la morte. Poi si vedrà.
13. caroline
“caroline 2”(Rough Trade Records)

Instabili orchestrazioni che giocano con melodie sghembe, fragili, che poi diventano esplosioni poderose, la luce accecante e muta che si squarcia la notte prima dei tuoni: l’ultimo lavoro dei caroline è una meravigliosa tempesta di emotività e suoni, in cui il post-rock, il folk avanguardista, l’attitudine emo e gli accenni pop si muovono in cielo come nuvole meteoropatiche, inseguendo riferimenti e trasformandosi poi sempre in qualcosa di nuovo e sorprendente.
12. SAYA GRAY
“Saya”(Dirty Hit)

Se c’è un disco che sembra poter provare a mettere d’accordo tutti, ma davvero tutti, è però il secondo di Saya Gray, canadese di madre giapponese, perfetto mix tra contemporaneità, studio classico e pop d’autore. Nella delicatezza di una voce eterea, la nostra Saya riesce perfettamente a nascondere una certa grinta rock (vedi la prima “Thus is Why”), istanti di bellezza elettronica (la seconda parte di “Line Back 22”) e abbozzi di quasi country pop di bellezza accecante, come in “Shell (Of a Man)”. E sono solo i primi tre brani di un disco vario e interessante, perfettamente compiuto e stimolante
11. BLACK COUNTRY, NEW ROAD
” Forever Howlong” (Ninja Tune)

Pop è sicuramente una parola che affianca la maggior parte dei generi di questo album. Un pop fatto di strumenti appartenenti alla musica da camera (leggi la recensione di Federico Tranfaglia), di contrappunti vocali e di clavicembali e di tempi dispari e morbidi virtuosismi strumentali (progressive pop). Il sound è potente, teatrale, l’ansia tormentata che guidava i precedenti due dischi sembra essere perlopiù svanita. La produzione è calda e più tendente (ovviamente) al pop di tutti gli altri album della band con, se dovessimo trovare una pecca, un eccesso di pomposità nella cassa della batteria che finisce a tratti per essere (forse volutamente) un po’ avanti nel mix e immotivatamente eccentrica. È un disco che conferma l’abilità creativa della band che anche dopo l’allontanamento del frontman riesce a sorprendere con un chamber pop solido e ambizioso e a farci sperare in dischi sempre migliori.
10. SMERZ
“Big city life”(Escho)

Come scrive nella nostra recensione dell’album Gabriele Prospero, le due norvegesi si rendono protagoniste di un album molto più maturo e diretto, con tracce che riflettono un’evoluzione artistica e ribadiscono quanto l’attitudine a esplorare, sperimentare e colpire allo stomaco sia il loro obiettivo.
L’album propone arrangiamenti minimalisti, incastrati tra elettronica, dream pop e trip-hop, dispersi in un ambient avvolgente, grigio e sinistro, tanto misterioso quanto affascinante.
9. BAD BUNNY
“DeBÍ TiRAR MáS FOToS” (Rimas)

Mentre gli USA vivono uno dei periodi più bui e inediti della loro storia, Bad Bunny passo dopo passo porta la voce di Porto Rico e di milioni di latinos di ogni parte del mondo alla conquista del pianeta.
“DeBÍ TiRAR MáS FOToS”, dopo una serie di album molto potenti e intriganti che hanno dato una dimensione d’autore alla musica ispanica del presente e del futuro, è un’opera ancora più ambiziosa in cui il trentunenne Benito Antonio Martínez Ocasio trasforma il sound inconfondibile in un compendio di sonorità della tradizione latina, come il jíbaro, la plena e la salsa, rivisitato attraverso produzioni contemporanee sempre a cavallo tra dembow e reggaeton. Il risultato è un’ora di hit e suggestioni che già segnano l’immaginario collettivo.
8. WEDNESDAY
“Bleeds”
(Dead Oceans)

È un album che porta la tensione che finora la band aveva espresso a un livello superiore: più netto, più audace, ma anche più unito nella sua frammentazione. È un disco che sanguina, come suggerisce il titolo: urla e sussurra, alterna brutalità e grazia, mette in scena le miserie della vita di provincia con un’intensità che poche band riescono a eguagliare, e non è poco, come scrive Raffaele Concollato nella recensione di “Bleeds“.
7. TURNSTILE
“NEVER ENOUGH”
(Roadrunner)

Riuscire a marcare la propria musica di quell’irresistibile tocco pop è una cosa riservata a pochi se fai roba pesante. Si potrebbe dire Pixies e Nirvana, senza pensarci troppo. Ecco, i Turnstile hanno questo tocco da Re Mida: la capacità di suonare canzoni che prendono immediatamente sprigionando una forza immane. E con questo “Never Enough” bissano l’altrettanto bello “Glow On” (2021).
6. MARUJA
“Pain To Power”
(Music For Nations)

I Maruja sono una band di Manchester che ha fatto parlare molto di sé a seguito dell’uscita di alcuni EP nel corso degli ultimi tre anni. Propongono un post-rock carico, denso, che si serve di sassofoni virtuosi e di percussioni aggressive. Cupezza noise, free jazz, post punk, climax catartici: il loro disco d’esordio li conferma come una delle giovani realtà più innovative, creative e interessanti della nuova scena indipendente britannica.
5. BLOOD ORANGE
“Essex Honey”(RCA / Domino)

Al suo quinto album in studio, arrivato dopo una lunga pausa, Dev Hynes torna con un disco che è ideale compendio del suo percorso musicale e della sua nota propensione alle collaborazioni. Tra featuring e credits figurano infatti a vario titolo artisti del calibro di The Durutti Column, Lorde, Mustafa, Caroline Polachek, Daniel Caesar, Ben Watt, Brendan Wates (Turnstile) e Mabe Fratti. In “Essex Honey” ha tratto ispirazione da un’introspettiva riflessione sulla sua infanzia nell’Essex, elaborando queste emozioni in un momento culturale caratterizzato da “dolore e perdita collettivi”. Tra consuete gemme nu-soul, ballad indie dal retrogusto lo-fi, l’album un’esplorazione personale del dolore, con riferimenti ad artisti come Elliott Smith e The Replacements e ai suoi primi lavori. pre-Blood Orange.
4. NOURISHED BY TIME
“The Passionate Ones”
(XL Recordings)

Quella di Nourished by Time sembra musica degli anni ’80 ma appartenente ad un destino temporale alternativo, in cui l’opulenza reaganiana e la spensieratezza di quegli anni lasciano spazio ad una lettura più abrasiva, contorta e disincantata del tempo e delle cose. Oppure semplicemente è una riuscitissima rilettura post-moderna di quei suoni e di quell’estetica così vasta – l’R&B, il soul, l’house – con il curioso paradosso per cui l’eclettico musicista di Baltimora quell’epoca non l’ha mai vissuta davvero. E il grande live di C2C Festival (che nell’edizione 2025 ospitava, come sempre, diversi protagonisti di questa top 20) ha messo in luce il talento cristallino di Marcus Elliot Brown.
3. OKLOU
“choke enough”(True Panther Records)

Basterebbe scrivere “praticamente il pop nel 2025“, senza il bisogno di aggiungere altro. A. G. Cook, Flume, Sega Bodega e parecchi, parecchi altri ancora: la lista degli artisti con cui ha collaborato Oklou fino ad ora è tanto lunga quanto capace di destare il meritato interesse. Dopo singoli, EP, mixtape e remix vari, la producer francese attiva a Londra con choke enough” sembra consegnare ai posteri un concentrato di quel glitch-pop a tinte eteree che hanno contraddistinto la produzione dell’artista finora – con l’aggiunta di qualche featuring interessante, come nel caso di “take me by the hand”, insieme a Bladee, o di divagazioni R&B tipicamente Y2K, come quella tamarrata sotto metadone che è “harvest sky”.
2. ROSALÍA
“LUX”
(Columbia)

Con Lux Rosalía prosegue il suo percorso di posizionamento in un contesto art pop colto e ambizioso che – come scrive nella nostra recensione di Samuele Conficoni – comprende nelle sue radici la musica classica, il flamenco andaluso e il reggaeton. Se con “Los Ángeles” ed “El Mal Querer” la performer catalana aveva posto il proprio zoom sulla revisione in chiave contemporanea proprio del flamenco e se con “Motomami” aveva flirtato con il reggaeton e, più in generale, con i caldi ritmi centroamericani e sudamericani, concedendo tanto spazio anche alla sperimentazione, ora Rosalía, senza dimenticare tutto questo, ascende verso un pop avanguardistico che sa essere nei suoi diversi momenti minimalista e massimalista, concreto e astratto, carnale e divinamente purissimo. Suddiviso in quattro “movimenti” e popolato da ben tredici lingue diverse, Lux attraversa la maggior parte delle emozioni umane cantandole e immergendole in un contesto sacro e sofferente, prendendo in lunghi tratti ispirazione dalle vite di alcuni Santi, in particolare dalle loro sofferenze e dalla loro indissolubile fede.
1. GEESE
“Getting Killed”(Partisan/Play It Again Sam)

La storia di quattro newyorchesi che “fuggono” a Los Angeles per registrare un disco che rappresenta un’evoluzione coerente ma al tempo stesso inattesa del loro precedente 3D Country – e del suo “completamento” 4D Country – e che parte dove Winter aveva temporaneamente chiuso il suo discorso artistico con Heavy Metal. È con queste premesse che i Geese costruiscono il nuovo labirinto di messaggi, di parentesi, di aforismi e di gomitoli apparentemente impossibili da sciogliere che è Getting Killed. Che si tratti di melodie e di ritmi disorientanti e sghembi, di immersioni claustrofobiche che finiscono per fondere rock, funk, soul, gospel e altre imprevedibili influenze, che ci si trovi di fronte a distici e a strofe che lasciano a bocca aperta per la loro bellezza o per la loro assurdità, questo patchwork sonoro e tematico funziona splendidamente.
Leggi la recensione di Samuele Conficoni dedicata a “Getting Killed” dei Geese, nostro disco dell’anno per i Kalporz Awards del 2025.
KALPORZ AWARDS HISTORY (ex Musikàl Awards):
Kalporz Awards 2024 (Charlie XCX)
Kalporz Awards 2023 (Sufjan Stevens)
Kalporz Awards 2022 (Rosalía)
Kalporz Awards 2021 (Low)
Kalporz Awards 2020 (Yves Tumor)
Kalporz Awards 2019 (Tyler, The Creator)
Kalporz Awards 2018 (Idles)
Kalporz Awards 2017 (Kendrick Lamar)
Kalporz Awards 2016 (David Bowie)
Kalporz Awards 2015 (Sufjan Stevens)
Kalporz Awards 2014 (The War On Drugs)
Kalporz Awards 2013 (Kurt Vile)
Kalporz Awards 2012 (Tame Impala)
Kalporz Awards 2011 (Fleet Foxes)
Kalporz Awards 2010 (Arcade Fire)
Kalporz Awards 2009 (The Flaming Lips)
Kalporz Awards 2008 (Portishead)
Kalporz Awards 2007 (Radiohead)
Kalporz Awards 2006 (The Lemonheads)
Kalporz Awards 2005 (Low)
Kalporz Awards 2004 (Blonde Redhead, Divine Comedy, Franz Ferdinand, Wilco)
Kalporz Awards 2003 (Radiohead)
Kalporz Awards 2002 (Oneida)
Kalporz Awards 2001 (Ed Harcourt)
