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#RecuperiDiFineAnno
In questo dicembre dedichiamo il nostro tempo anche a pubblicare recensioni di dischi importanti e che non abbiamo recensito durante l’anno, e ciò anche nell’ottica dei nostri Kalporz Awards 2025.
L’ambizione di Will Toledo
Dopo cinque anni di silenzio, i Car Seat Headrest tornano e irrompono sulla scena con un disco colorato, ambizioso e pronto a raccontare nuove storie. La band di Will Toledo, ormai famosa per dischi quali “Teens Of Denial” e “Twin Fantasy” che hanno rinnovato e definito il suono dell’indie rock degli anni ‘10, dopo l’inaspettata (ma riuscita) svolta EDM del 2020, decidono di approdare in un territorio totalmente inesplorato: l’opera rock.
Storicamente quello dell’opera rock è un archetipo stilistico legato agli anni 70’ del secolo scorso e che vede i suoi esempi più celebri in dischi come “Tommy” degli Who, “Ziggy Stardust” di Bowie o “The Wall” dei Pink Floyd, album che hanno, ognuno a suo modo, influenzato pesantemente (oltre che questo LP) la cultura rock degli anni ‘70, contribuendo a definire un genere e una generazione. L’anima teatrale dei dischi opera rock si articola in ritornelli orecchiabili, immediatamente riconoscibili, e personaggi che prendono parte al disco e alla narrazione di questo rendendolo di fatto un concept-album molto vicino al musical e alla rappresentazione teatrale. Il genere, che come dicevo è quasi anacronistico, ha perso completamente di interesse e gli esempi di artisti che decidono di proporlo sono sempre meno, specialmente se provengono dall’indie e dallo slacker rock. Quella di Will Toledo è difatti una grande sfida, grande dimostrazione di un’ambizione che l’ha sempre contraddistinto e che si rivela nuovamente in questo “The Scholars”. L’opera messa in scena in questo caso vede come protagonisti degli animali antropomorfi, studenti di un’università immaginaria, che vengono presentati all’interno di ogni canzone durante le quali affrontano questioni di fede, di identità di genere o di rapporti familiari e che devono affrontare il mondo degli adulti, tra la volontà di scoprirsi e quella di mettersi in gioco.
Tra concept album e sperimentazione
Sin dal primo brano “CCF” si percepisce come i Car Seat Headrest siano passati oltre al classico indie-slacker rock che li ha da sempre contraddistinti. Il brano comincia con oltre due minuti di percussioni disordinate, sulle quali si uniscono gradualmente il motivo di piano, la chitarra e la voce di Toledo che urla frasi in spagnolo e francese. La strofa procede in un ambizioso arena-rock arrangiato magistralmente che esplode letteralmente nel ritornello che anche su un motivo così orecchiabile riesce ad essere magico e avvolgente. Il bridge poi è un condensato di potenza pura, con la batteria di Katz che percuote ossessivamente i quarti, mentre gli ottoni riempiono ogni spazio non ancora occupato dalla voce. La terza ripetizione del ritornello è un turbinio di voci e colori e conclude un brano che attraversa art-rock, progressive pop,indie-rock, power pop e neo-psichedelia con una facilità che è disarmante.
Dopo la traccia d’apertura, l’album presenta i brani più orecchiabili, accessibili quelli che più facilmente potrebbero passare per la radio.
Ciò che, oltre alla durata ridotta, accomuna maggiormente queste canzoni è il layering delle voci. La pesante stratificazione vocale nei ritornelli è un elemento distintivo che troveremo per tutta la durata dell’LP, e che oltre a rendere estremamente originale e riconoscibile il disco riesce a creare cori da cinque o sei voci talmente compresse da sembrare una sola, ma molto più potente.
“Deveraux”, un power rock, che vede come protagonista un giovane in conflitto spirituale e familiare, dopo due minuti è già all’apice della sua intensità e la dominante secondaria posta sapientemente come secondo accordo del ritornello rende quest’ultimo eccentrico ed efficace anche all’ennesima ripetizione.
A farci prendere fiato ci pensa “Lady Gay Approximately”, una folk ballad in 6/8 che cresce progressivamente fino all’armonizzazione in layering che termina nella drammatica frase finale :”Am i dead? no you’re my son” in rifermento al rinnegamento di un figlio transgender da parte dei genitori come se per loro fosse semplicemente sparito, morto.
Le iniziali sfumature pop-punk di “The Catastrophe” si traducono in uno dei brani più diretti e avvincenti del disco. La voce di Will Toledo, che compie continui salti melodici ascendenti è agli apici della compressione e durante il ritornello,che viene strategicamente ritardato per due volte, si aggrappa con tutte le sue forze,quasi distorta, agli strumenti, a volume inferiore rispetto a questi creando un contrasto completamente inedito per il genere. La batteria incalzante e l’orecchiabilissima melodia della voce ci lasciano incollati dall’inizio alla fine a un brano che riesce a entrare in testa solo dopo qualche ascolto. “The Catastrophe” rappresenta l’apoteosi del lato A di The Scholars: brevi brani orecchiabili, godibili nella loro apparente semplicità, ma che ,leggendo tra le righe, fanno scorgere una profondità non scontata.
E’ nel suo B-side, però, che il disco ha il suo vero cuore, il suo potenziale e forse nella sua esposizione, i suoi difetti.
Le tre canzoni che aprono la seconda parte del disco denominata “The Ransom” (il riscatto) sommate superano i 40 minuti di durata, e attraversano una quantità di stili, generi e influenze da rendere l’ascolto tanto interessante quanto ostico per chi arriva dall’indie rock più tradizionale e più puro.
“Gethsemane”, primo singolo estratto e vetta assoluta del disco , tiene con il fiato sospeso per oltre 10 minuti riuscendo a inserire 3 ritornelli di livello all’interno dello stesso brano.
L’iniziale atmosfera cupa, descritta dai sintetizzatori sommessi e dall’ostinato di batteria si apre sempre di più alternando per tre volte la strofa e il ritornello ,che ripete perentoriamente: ”Tabernacle”. La seconda parte del brano, sembra quasi un’altra canzone; il garage rock revival sprigionato dalle chitarre distorte e dalle brevi e ripetute frasi di rullante aumentano la sensazione di inquietudine provata all’inizio con le voci compresse che si rincorrono come spaventate. Un sintetizzatore incombe poi sulla voce di Toledo che avanza flebilmente prima di tuonare nel ritornello principale del disco sprigionando tutta la sua carica, facendosi carico ma senza sentirne il peso di dance punk, progressive rock, post punk revival e art rock. Il possente bridge che precede il ritornello finale anche aumentando ulteriormente l’intensità e la carica emotiva già altissima riesce a donare un’inaspettata dolcezza al tutto per poi creare nuovamente tensione procedendo a ritmo di marcia verso il gran finale che lascia andare tutte le pressioni e i nodi che si erano creati, con gli strumenti esausti che con le ultime energie ricalcano lo stesso splendido ritornello andando a concludere catarticamente un’esperienza sonora totalizzante.
La successiva “Reality” inizia come una ballata bowieana , con le voci di Ethan Ives e di Will Toledo che si alternano ordinatamente, per poi affrontare una seconda parte completamente diversa che inizia docilmente, con i singhiozzi di Toledo affiancati dalla chitarra e le due voci che si fondono sempre più, sbocciando nel drammatico ed energico climax finale.
Dopo due brani che superano i 10 minuti di durata i Car Seat Headrest ci sottopongono a “Planet Desperation”, un ascolto di 18 minuti che si rivela essere il più complesso dell’intero LP.
L’iniziale litania di Ethan si schiude in uno dei ritornelli più carismatici e impressionanti di Toledo e prosegue poi per quasi 20 minuti nell’esposizione di vari contesti tematici che affrontano dal prog alla ballata, dal solo strumentale di bonghi al balletto rock, concludendo poi nello stesso ritornello finale di “Gethsemane”.
“Planet Desperation” è figlia dell’insistente sperimentazione di Will Toledo che alza l’asticella dell’ambizione e pur proponendo uno dei brani più avvincenti e temerari della sua carriera lascia inevitabilmente indietro una grossa fetta di pubblico rendendo l’esperienza difficile, a tratti faticosa e sicuramente non per tutti.
La chiusura True/False Lover è un’ennesima conferma della qualità e della bravura dell’americano nello scrivere brani efficaci e accattivanti che mostrano a pieno gli anni passati a comporre. L’anima proggy del brano riesce a catturare e a lasciarci tra le braccia di un ritornello malinconico, esposto da un grande coro finale che conclude degnamente il disco.
Un’opera con la O maiuscola.
L’Opera teatrale di Will Toledo ci fa viaggiare all’interno dell’eccentrica Parnassius University, facendoci conoscere i suoi personaggi con i quali si può facilmente entrare in contatto per cantare e chiaccherare insieme, spensieratamente. Le tre lunghe canzoni centrali stabiliscono una maturità e un’ambizione stilistica mai raggiunta dalla band e rendono di fatto questo disco unico e completamente originale. L’esperienza complessiva può però risultare impegnativa e disorientante e il continuo cambio di generi, le repentine variazioni ritmiche e le voci compresse sicuramente non sono per tutti. Il disco riesce, nonostante il suo eclettismo, a mantenere una sua forte impronta identitaria forgiata da una consolidata esperienza compositiva amalgamata alla strabordante voglia di sperimentazione e di creatività che rendono possibile la messa in scena di un’opera con la O maiuscola.
85/100
(Federico Tranfaglia)

