Share This Article
Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la quindicesima puntata, ultimo paragrafo all’interno del 2° capitolo, “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“.
Recap delle puntate precedenti
Primo Capitolo – “DALLA MUSICA LIQUIDA ALLA MUSICA ETEREA”
1.1. Ci sono troppi panini nel deserto
1.2. Ascoltatori Interessati
1.3. Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
1.4. Lo streaming ci sarà per sempre?
1.5. Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia
1.6. L’immaterialità della musica contagia le copertine
Secondo Capitolo – “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“
2.1. L’illegalità precede la legalità
2.2. “The Winner Takes It All”
2.3. L’Europa vuole regolamentare lo streaming
2.4. Oltre il “payola”
2.5. Nel sistema di ripartizione dei ricavi gli ascoltatori contano poco
2.6. La vendita dei cataloghi: il lato finanziario dello streaming
2.7. I provider di streaming diventeranno delle case discografiche?
2.8. Perché i musicisti non scioperano?
2.9. L’illusione della sostenibilità dello streaming
Un modello economico sotto pressione: aumenti, perdite e fragilità strutturali
E le piattaforme, a loro volta, non sono poi così serene. Spotify, ad esempio, continua a registrare bilanci in perdita nonostante domini il mercato con quasi 700 milioni di utenti attivi (dati del 2025), di cui sappiamo circa il 40% paganti. Incontra difficoltà nel raggiungere la redditività a causa delle alte royalties che deve pagare, posto che l’azienda destina circa il 70% del suo fatturato ad artisti e detentori di diritti. Proprio per questo a settembre 2025 Spotify ha aumentato i prezzi del piano Individuale da 10,99 a 11,99 euro. Un precedente aumento era avvenuto nel luglio 2023, quando il prezzo era passato da 9,99 a 10,99 euro. Se ci pensate bene sono aumenti intorno al 10% (9,1% quello di settembre 2025), e quindi sono molto elevati. Tra l’altro questi aumenti progressivi potrebbero segnare un punto di non ritorno per il modello “tutto a dieci euro al mese” che ha definito l’era dello streaming. È un prezzo che aveva un valore simbolico — accesso illimitato, spesa minima — ma che forse non regge più economicamente. La musica veniva dunque venduta al di sotto del suo valore reale?
Anche il valore dell’azione di Spotify è molto fluttuante: il prezzo ha mostrato oscillazioni significative nel 2025, con un massimo di 679,30 euro e un minimo di 425,35 euro. Non c’è stata influenza negativa, come qualcuno potrebbe pensare, delle notizie relative agli investimenti in armi della piattaforma, che hanno fatto molto scalpore ma non hanno impattato economicamente. Più prosaicamente ha pesato l’aumento dei costi del personale e di marketing. Che poi occorre anche precisare il discorso degli “investimenti in armi”: non è stata Spotify, bensì il CEO di Spotify Daniel Ek ad aver investito in tecnologia militare avanzata attraverso il suo fondo d’investimento privato, che ha fornito 600 milioni di euro alla startup tedesca Helsing, un’azienda che sviluppa droni militari e software di intelligenza artificiale62. Sebbene gli investimenti siano privati e non direttamente collegati a Spotify, l’associazione percepita tra le due entità ha alimentato proteste tra artisti e consumatori, ed è per certi versi inevitabile.
Strategie discutibili, tagli al personale e concorrenza schiacciante
Spotify ha altresì effettuato diversi licenziamenti significativi tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, come parte di una strategia per ridurre i costi operativi e migliorare l’efficienza aziendale. Si è trattato di un taglio di 1.500 dipendenti, che corrispondono al 17% dei 9.000 che Spotify ha in tutto il mondo63.
Tutti questi elementi sono il segno che il modello — pur vincente culturalmente — è fragile economicamente. I ricavi crescono, ma i margini non ci sono o restano bassi, e la concorrenza di Apple Music, Amazon Music e YouTube (tutte piattaforme che possono contare sul supporto di colossi informatici) rende la situazione ancora più precaria. Spotify è l’unica grande del settore a non avere una “mamma tecnologica” alle spalle. Per certi versi è come una società indipendente in mezzo a multinazionali. Se ci pensiamo bene l’azienda di Stoccolma compete appunto con Apple, Amazon e Google che non dipendono dai profitti dello streaming audio.
Tra l’altro certe scelte di Spotify sono anche economicamente poco comprensibili: dopo anni di promesse e rinvii, infatti, Spotify ha finalmente introdotto la riproduzione musicale in qualità lossless, ossia senza perdita, equivalente alla qualità di un CD (24-bit/44.1 kHz in formato FLAC). Una novità che è arrivata a settembre 202564, quattro anni dopo il primo annuncio, e che non richiede piani aggiuntivi: è compresa nell’abbonamento Premium. È un passo che colma un ritardo rispetto ai concorrenti – Apple Music, Amazon Music e Tidal – i quali da tempo offrono lo stesso livello di qualità nei pacchetti standard. Non si tratta, tuttavia, di vera “alta fedeltà digitale”: il lossless di Spotify non raggiunge gli standard superiori di risoluzione che caratterizzano l’audio “hi-res”, e non richiede dispositivi dedicati per essere riprodotto. È piuttosto una scelta strategica, più simbolica, pensata per allineare l’immagine del servizio a quella dei rivali e riconquistare fiducia sul mercato. La decisione di includere la qualità lossless nel piano standard è anche una forma di ammissione: la promessa di uno “streaming perfetto” è diventata ormai un requisito minimo del mercato, non un lusso. E quindi Spotify non ci sta guadagnando da questa scelta. Ma, come sappiamo, la vera posta in gioco non è la qualità del suono, ma la qualità dell’ascolto, e cioè la capacità di godere in maniera vibrante e proficua (possiamo dire in maniera “culturale”?) della musica che ascoltiamo sulle piattaforme.

Alternative in difficoltà e la domanda finale: chi controlla la musica?
Intanto, anche le alternative faticano. Bandcamp, simbolo della distribuzione etica e indipendente, ha attraversato mesi difficili dopo il cambio di proprietà e il licenziamento di metà del personale avvenuto nel 202365. Ci sono esperienze che cercano di unire crowdfunding e musica, come Corite, permettendo ai fan di finanziare le canzoni e partecipare ai guadagni, ma resta una nicchia. Corite è una startup svedese fondata nel 2019 da Mattias Tengblad ed Emil Angervall, veterani dell’industria musicale. La loro idea è semplice e radicale: restituire agli artisti il controllo, coinvolgendo direttamente i fan nel processo produttivo. Su Corite, ogni brano può essere finanziato in crowdfunding: i fan investono piccole somme – spesso dieci dollari o meno – in cambio di una quota dei futuri guadagni dello streaming. Gli artisti, in cambio, mantengono i diritti sulle proprie opere e una fetta molto più ampia dei profitti. Il modello è tanto economico quanto relazionale. Tengblad lo descrive come una piattaforma “attiva”, in contrapposizione alla passività di Spotify: non un luogo dove la musica si consuma, ma dove si costruisce insieme. L’artista non parla più a una massa indistinta di ascoltatori, ma a una comunità di co-produttori, che partecipa, promuove, condivide. Si intravede una diversa idea di economia musicale: una in cui la relazione conta più dell’algoritmo, e dove il valore si misura nel senso di appartenenza che si genera attorno a un progetto musicale. Sono segnali di ricerca di un modello di musica condivisa e consapevole, in cui l’ascoltatore smette di essere un utente e torna a essere parte dell’opera stessa. Ma sono, in effetti, casi isolati e che non prendono particolarmente piede. L’idea che esistano altre vie è affascinante, ma la sostenibilità economica di queste piattaforme è tutt’altro che garantita.
Alla fine, la questione è sempre la stessa: chi controlla la musica, oggi? Non gli artisti. Anche se per certi versi i social permettono loro un rapporto diretto con i loro fans, e quindi teoricamente una possibilità di dialogo (e incasso diretto) dal pubblico. Ma – di fatto – solo gli artisti che già si sono affermati possono poi fare scelte in autonomia, come fa Taylor Swift. In generale bisogna invece sottolineare come le piattaforme siano diventate gli arbitri economici e culturali del settore, capaci di decidere chi emerge e chi scompare nell’immenso mondo delle produzioni musicali. L’unica contromossa possibile, nel micro, quindi nell’ottica di quell’“ascoltatore interessato” di cui parlavamo nel primo capitolo, è la consapevolezza: sapere come funziona il sistema, scegliere cosa ascoltare con criterio, sostenere chi merita. Perché se non possiamo cambiare l’algoritmo, possiamo almeno smettere di esserne un ingranaggio inconsapevole. Come? Continuiamo il viaggio per saperne di più e poi tirare le fila nell’ultimo capitolo.
Il prossimo martedì la 16a puntata di “Musica Eterea”, all’interno del 3° capitolo, dal titolo “L’algoritmo ci risparmia il fardello della scelta“
(Paolo Bardelli)
Note:
62 Spotify e gli investimenti militari: è polemica, «Il Post», 1 agosto 2025, https://www.ilpost.it/2025/08/01/spotify-investimenti-militari/
63 Spotify annuncia nuovi licenziamenti, HDblog.it, https://www.hdblog.it/mercato/articoli/n576322/spotify-annuncia-licenziamenti/
64 Spotify introduce la qualità lossless per gli utenti Premium, Wired.it, https://www.wired.it/article/spotify-lossless-utenti-premium/
65 Bandcamp licenzia metà del personale dopo il cambio di proprietà, «Il Post», 17 ottobre 2023, https://www.ilpost.it/2023/10/17/bandcamp-meta-dipendenti-licenziati/

