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Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la terza puntata.
Qui trovi la 1a puntata, Ci sono troppi panini nel deserto
Qui trovi la 2a puntata, Ascoltatori Interessati
1.3. Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione“.
Una domanda però è rimasta ancora in sospeso: perché le piattaforme di streaming musicale offrono praticamente tutto quello che è stato prodotto e viene costantemente pubblicato, mentre le piattaforme cinematografiche no? Oltre a ciò, il discorso potrebbe essere allargato a tutta la cultura: perché non hanno preso piede delle piattaforme di letteratura? Per comprendere come sia andata bisogna fare un passo indietro al 2006, quando Daniel Ek e Martin Lorentzon, due imprenditori svedesi, hanno “l’illuminazione”: al tempo gli introiti della musica erano drasticamente calati dopo il picco del 1999 (il fatturato globale musicale diminuì costantamente dai 22,3 miliardi di dollari del 1999 ai 13,1 miliardi del 2014, che fu il punto più basso raggiunto), il download legale dei singoli brani non prendeva piede nonostante il lancio di iTunes della Apple nel 2003 mentre, come abbiamo visto, il download illegale padroneggiava, per cui occorreva trovare una forma legale e appetibile, si potrebbe dire “utile”, per fruire della musica. Una statistica che attestava il grado di illegalità che si riscontrava ai tempi era disponibile sull’iniziale sito di Spotify: “Decine di miliardi di file illegali sono stati scambiati nel 2007. Il rapporto tra brani scaricati senza licenza e brani venduti legali è di circa 20 a 1” (10). Si capisce bene come l’industria discografica fosse praticamente disperata. In questo contesto, quando Ek e Lorentzon presentano Spotify alle case discografiche, queste ultime accettano un po’ per disperazione e un po’ per prova. Sony BMG, Universal Music, Warner Music, EMI e Merlin, cinque delle maggiori etichette discografiche mondiali, consentirono di attingere da tutti i loro cataloghi dietro il 20% delle azioni della stessa Spotify, e così – nell’ottobre 2008 – Spotify poté ufficialmente iniziare la sua vita.

L’esperienza di Netflix è stata diversa: la prima fase è stata propriamente “fisica”, avendo iniziato nel 1998 l’attività di noleggio dei DVD per corrispondenza, per cui Netflix ha dovuto nel tempo digitalizzare e riorganizzare il proprio business, che nasceva però diverso e per cui evidentemente alcune logiche sono rimaste e sono state portate avanti. All’inizio infatti Netflix possedeva 925 titoli che si potevano ordinare per corrispondenza, quindi era molto lontano dall’offrire “tutto”. E così il modello non-omnicomprensivo è rimasto immutato in sostanza anche quando, nel gennaio del 2007 andava online per la prima volta il suo servizio di streaming. Netflix non ha avuto necessità di confrontarsi con i grandi studios di Hollywood proponendo loro di arginare la pirateria online (che c’era eccome anche per i film), ma ha continuato ad operare in un mercato legale, sia prima con il noleggio dei DVD sia dopo. D’altra parte Netflix ha capito molto prima di Spotify che la chiave di volta del successo sarebbero stati gli algoritmi di raccomandazione, e fin da subito si è impegnata molto per svilupparli. Alla “svolta curatoriale” Spotify invece ci è arrivata molto dopo, nel 2014 tramite l’acquisizione della società di analisi musicale The Echo Nest, che ha permesso di arrivare al lancio, nel 2015, della funzione Discover Weekly, una delle prime playlist personalizzate per scoprire musica nuova basata sui tuoi gusti e, a detta di tutti, molto azzeccata nei risultati. Di fatto dunque, fino al 2014, Spotify era solo un archivio immenso, mentre Netflix gestiva invece titoli limitati ma investiva nel suggerirti cosa guardare. Per evitare che il cliente non si annoiasse, e andasse da un’altra parte.
Circa il mercato cinematografico, dunque, non è avvenuta quella “spotifizzazione”, cioè la replicazione del modello di business di Spotify ad altri settori culturali, che ha analizzato Rasmus Fleischer (11), il quale ha poi passato in rassegna altri ambiti. Nel 2013 infatti avvenne un dibattito sulla stampa e tra i commentatori più attenti che sostenevano che, se aveva funzionato anche per Netflix e Spotify, sarebbe potuto esistere uno “streaming” per gli e-book.

Qual è stata la differenza coi libri? Semplicemente che i principali editori non erano disposti a concedere una licenza di distribuzione per tutti gli e-book a tutti i servizi di abbonamento. Per loro aveva più senso la struttura di Netflix, piuttosto che quella di Spotify. Col senno di poi dunque è evidente che se oggi abbiamo, nel bene e nel male, un’offerta globale da parte dei servizi di streaming musicale ciò è stato dovuto alla forse frettolosa “capitolazione” delle major alle richieste di Spotify nel 2008. Dopo, semplicemente, non si poteva più tornare indietro. Ci furono esperienze simili ma che offrivano un catalogo limitato di e-book: Oyster, nata nel 2012 e poi acquisita da Google e chiusa nel 2016, e Scribd, che è più propriamente una piattaforma di condivisione di documenti (e anche di libri), peraltro non accessibile in Italia. Un’esperienza in materia si ha in Italia invece, nel campo dei servizi pubblici, con MLOL, che è la prima rete italiana di biblioteche pubbliche, accademiche e scolastiche per il prestito digitale. Ad oggi le biblioteche aderenti sono oltre 6.500 in tutte le regioni d’Italia e in 25 paesi stranieri. Per utilizzare MediaLibraryOnLine è necessario essere iscritti in una delle biblioteche aderenti, in sostanza il servizio dà la possibilità di prendere digitalmente in prestito un libro (in formato ePub) al posto di presentarsi fisicamente in biblioteca, e lo fa sempre con il “classico” limite temporale di trenta giorni. MLOL non ospita solo titoli di libri, ma anche una selezione di musica e film in Creative Commons (una licenza di utilizzo che permette la condivisione ed evita problemi di copyright), e pure riviste, banche dati, corsi di formazione online (e-learning), archivi di immagini e molto altro. Si capisce del resto che qui siamo nell’ambito dei servizi pubblici e non di mercato privatistico, per cui non si può indugiare molto di più in paragoni.
In realtà, visto quanto stanno andando bene i podcast, è la stessa Spotify a essersi buttata da poco in un settore parallelo: quello degli audiolibri. Nell’ottobre del 2023 l’azienda svedese ha infatti annunciato che la app renderà presto disponibile un catalogo di 150mila audiolibri per i suoi utenti che pagano l’abbonamento Premium. La sperimentazione è partita solo in alcuni Paesi (inizialmente nel Regno Unito e in Australia, e nel 2024 negli Stati Uniti) ma il normale obiettivo dell’azienda è di portare questo nuovo servizio in tutto il mondo. Ad oggi comunque questa possibilità non è ancora attivata in Italia. Spotify era entrata nel mercato degli audiolibri nel 2022, quando aveva comprato 300mila titoli dal distributore di audiolibri digitali Findaway e li aveva resi disponibili in Paesi di lingua inglese tra cui gli Stati Uniti, ma il meccanismo non ebbe successo: gli utenti infatti dovevano comprare in ogni caso gli audiolibri e ciò evidentemente era un grosso ostacolo. Chiaro che invece la modalità di fruizione d’ora in poi sarà semplice ma non bisogna pensare che quindi anche per i libri, in maniera lata, si potrà attingere a quel “tutto” che offre Spotify per la musica. Ci saranno infatti delle limitazioni: degli originali 300mila titoli solo la metà sarà disponibile gratuitamente con l’abbonamento Premium, e per ora l’ascolto non sarà illimitato, visto che ogni utente potrà ascoltare solo 15 ore al mese gratuitamente, e poi dovrà pagare per ascoltarne altre, una modalità conforme con il modo in cui funzionano le altre app di audiolibri in alcuni Paesi. Le case editrici infatti sono contrarie alla possibilità di ascolto senza limiti, e si ritorna alla questione del differente approccio rispetto alla musica, anche se qui in effetti siamo in un mercato mediano, che ha per oggetto l’ascolto dei libri quindi un’esperienza che è comunque un udire (come quello della musica). Qualche eccezione infatti c’è, visto che in Italia abbonandosi ad app come Storytel si possono ascoltare audiolibri senza un limite di tempo o di titoli, ma in generale in tutto il mondo gli abbonati a servizi di audiolibri hanno un numero massimo di titoli che possono ascoltare ogni mese.
Il prossimo martedì la quarta puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “Lo streaming ci sarà per sempre?“
(Paolo Bardelli)
Note:
(10) https://web.archive.org/web/20100212122201/http://www.spotify.com/en/about/press/background-info/
(11) Så fick Spotify skivbolagen med sig, ComputerSweden, 7 agosto 2009 https://computersweden.idg.se/2.2683/1.239983/sa-fick-spotify-skivbolagen-med-sig/
(12) R. FLEISCHER, Universal Spotification? The shifting meanings of “Spotify” as a model for the media industries (2019) https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/15405702.2020.1744607

