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Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la seconda puntata.
Qui trovi la 1a puntata, Ci sono troppi panini nel deserto
1.2. Ascoltatori Interessati
Con i numeri che abbiamo letto alla fine dello scorsa puntata (23 vite per ascoltare tutti i brani offerti sulle piattaforme di streaming) si comprende come la musica si sia trasformata in un flusso ininterrotto che ci porta a percepirla più come un qualcosa che si ascolta mentre fai dell’altro piuttosto che qualcosa che abbia valore in sé, tanto ci sono sempre i cento milioni di brani che ci aspettano, sirene che ci attirano verso un concetto di “flow infinito”. Un flusso che – tramite l’algoritmo – diviene sempre più personalizzato, in modo che l’esperienza sia il più possibile “gradevole” ma che non distragga troppo: se c’è così tanta musica a cui approcciarsi e non c’è il tempo sufficiente per farlo, allora bisogna ascoltarla mentre si è alle prese con altre occupazioni, questo è il rischio.
Siffatte considerazioni potrebbero apparire dettate da preconcetti riguardo allo streaming dovuti ad una sorta di nostalgia per le tecnologie del passato, ma in realtà non è così: chi scrive apprezza grandemente l’enorme potenziale della “musica eterea”, e nel prosieguo del libro si cercherà di analizzarne i rischi ma anche le opportunità. Per evitare dunque di appiattirsi su equazioni banali “eccesso di offerta = musica fruita in maniera più distratta”, mi sembra importante ritagliare bene il “campo da gioco” da indagare: quello che mi interessa approfondire in questo libro non sono gli effetti della “musica eterea” sulla massa indiscriminata di ascoltatori, ma su una ben specifica tipologia, quella degli “ascoltatori interessati”. Che per me è una definizione specifica e oggettiva e che trae origine dai dati di Spotify (una precisazione: quando analizzerò i dati o il servizio di Spotify, lo farò in generale (salvo che sia per specifiche situazioni legate a Spotify) come esempio di piattaforma, tenendo conto che trattasi comunque di quella maggiormente diffusa ma senza volerla considerare come l’unica meritevole di attenzione; cercherò ovviamente di fare esempi e considerazioni tenendo presente dati ed esperienze degli altri servizi di streaming, non c’è ovviamente nessuna pregiudiziale o predilezione sull’uno o sull’altro ma ogni citazione è meramente funzionale a un ragionamento sulle piattaforme complessivamente intese).

Dicevamo, prendiamo la massa critica degli utenti di Spotify: nel terzo trimestre del 2023 il totale degli utenti attivi era di 574 milioni, ma “solo” 226 milioni avevano un abbonamento (6). Ciò vuol dire che solo il 40,79% di chi utilizza Spotify paga un abbonamento Premium, mentre gli altri lo usano nella modalità gratuita (quindi con la pubblicità e con varie limitazioni). Ebbene, non credo di affermare nulla di strano se definisco “ascoltatore interessato” quello che come minimo dedica mensilmente poco più di 10 euro (oggi € 11,99) per poter ascoltare la musica esattamente come vuole. Negli anni Novanta un cd costava più o meno 20mila lire, che sono 15,19 euro di valore odierno tenuto conto dell’inflazione e delle rivalutazioni possibili (7), e posso dire con certezza che gli “ascoltatori interessati” negli anni Novanta compravano mensilmente come minimo un cd, e probabilmente più di uno. Tutto ciò considerato possiamo pertanto definire l’”ascoltatore interessato” colui che è disposto a pagare una somma per accedere a un servizio di streaming musicale.
Il 59,21% delle persone invece non intendono pagare qualcosa, una cifra seppur “minima”, per poter godere della musica, così “certificando” che per loro quest’ultima non ha sostanzialmente valore alcuno. Questi ascoltatori li avrei definiti fino al mese scorso “apatici”, perché non sceglievano fino in fondo cosa ascoltare e tolleravano che venisse limitata la possibilità di riascoltare un brano che li aveva rapiti e colpiti nel loro più profondo. Ora che dallo scorso mese (settembre 2025) è stata tolta la limitazione della scelta del brano (quantomeno su Spotify), si potrebbero più semplicemente definire “ascoltatori indifferenti”.
Per cui: è vero che c’è la tendenza naturale a considerare che, se in questo momento storico la musica è diventata meno importante (perché sempre disponibile) , allora gli ascolti sono diventati più distratti (per tutti). Ma questo – per ora – può essere solo confermato per gli “ascoltatori indifferenti”, non per quelli “interessati”, senza dire nulla di eclatante. Mi sembra infatti che chi oggi fruisce della musica senza un abbonamento sia una tipologia di soggetto ricevente che già esisteva, streaming o non streaming, e che, per i suoi fini argomentativi, Adorno definiva ascoltatore “per passatempo”.
Trovo dunque che le considerazioni svolte da alcuni studiosi come David Hesmondhalgh, che ha inteso confutare le principali critiche alla musica fruita tramite le piattaforme e in particolare che faciliti l’ascolto passivo, distratto e di sottofondo (8), non tengano conto di questa pre-distinzione tra ascoltatori “interessati” (quel 40% che paga per la musica), e ascoltatori che accettano supinamente che parta la pubblicità di un deodorante tra i brani di un album immortale. Com’è noto le principali caratteristiche dell’opzione “free” di Spotify è che l’ascolto offline è disabilitato, la scelta diretta dei brani era permessa solo su alcune playlist indicate (ora lo è), si possono “saltare” al massimo sei canzoni all’ora e la qualità di riproduzione è minore (in generale, gli utenti gratuiti di Spotify possono ascoltare a 160kbps contro i 320 kbps di chi ha sottoscritto un abbonamento).
Ma torniamo a Hesmondhalgh: lo studioso inglese sostiene in alcuni passaggi che le medesime critiche che vengono oggigiorno mosse all’esperienza di ascolto tramite le piattaforme siano le stesse che, in altre epoche storiche, venivano associate in occasione di cambi di paradigma di generi o di modalità di fruizione musicale, ma in questo parallelismo non prende in considerazione che la situazione attuale è fortemente diversa a causa della datificazione, intesa come raccolta praticamente infinita di dati relativi alle persone e alle loro abitudini: è naturale infatti che la disponibilità di big data permette ai servizi di streaming di essere sempre più performanti nelle proposte e quindi finire a indirizzare molto bene gli utenti nelle loro scelte. Ciò non era ovviamente mai successo in ogni epoca storica e non può che marcare un cambio di prospettiva.
Inoltre Hesmondhalgh nota, citando Keightley (9), che gli aggettivi regolarmente usati dagli anni ’40 agli anni ’60 dalla generazione pre-rock per descrivere la musica della formazione musicale easy-listening in termini positivi c’erano “morbido, liscio, rilassante, gentile, tranquillo, smorzato, lussureggiante, romantico, sognante, zuccheroso, civilizzato”, aggettivi poi “detestati” e contrastati dalla generazione-rock che piuttosto li associava a un certo tipo di esperienza musicale povera di energia e contenuti. Le stesse caratteristiche ritenute soddisfacenti dunque prima di Elvis sono quelle che oggigiorno sono associate alla musica che va per la maggiore sulle piattaforme, e più in particolare che marcano gli effetti dello streaming. Lo streaming ha dunque “cancellato” il significato storico e musicale del rock? A parte la generalizzazione insita in questi rilievi (che non tengono presente ad esempio che certi funzioni legate al ballo e alla socialità siano sempre state trasversali in tutte le generazioni e non certo tendenti alla rilassatezza), a mio parere invece la musica – di qualsiasi genere essa sia – deve interpellare, sconvolgere, sorprendere. Non abbiamo bisogno di musica che ci faccia il solletico, o meglio non dovrebbero averne bisogno gli ascoltatori “interessati”. Già solo l’esistenza stessa degli ascoltatori “indifferenti” conferma la passività di una fetta (maggioritaria, tra l’altro) del pubblico in epoca di streaming. Ma noi – abbiamo deciso – guardiamo all’altra platea.

Ma, a dire il vero, le conclusioni vere e proprie le vogliamo tirare solo alla fine del libro, per ora stiamo solamente abbozzando delle riflessioni (inevitabili), approcciandoci a questo viaggio nel mondo della musica eterea senza condizionamenti, liberi nella scoperta di alcune dinamiche che devono essere approfondite così come di modalità per sfruttare al massimo l’infinita disponibilità di canzoni, oltreché di riflessioni che possono essere interiorizzate per comprendere al meglio certi funzionamenti dello streaming. Non faremo mai l’errore di rimpiangere il passato, ma vogliamo analizzare per bene il presente – da cui non si può rifuggire per un principio di realtà – per prendere coscienza piena dello stesso.
Per dare subito l’idea che occorre valutare tutti i punti di vista, c’è per esempio chi sottolinea in un modo diverso e maggiormente condivisibile i vantaggi di nuotare in questo mare magnum di musica eterea: Brian Eno. Il musicista e produttore ha infatti fatto notare che è come se fosse venuto meno un “canone”: “Prima, negli anni 60 e 70, c’era il collo di bottiglia del sistema delle case discografiche, era difficile fare un album, farselo produrre e distribuirlo, quindi non molti dischi venivano pubblicati, e cosi tutti sapevano cosa accadeva, era facile. Questo formava un canone, tutti erano d’accordo che Beatles, i Jefferson Airplane o Jimi Hendrix erano importanti. Oggi invece, quando tutti possono produrre musica, non abbiamo consenso su quale area della musica sia importante. Io personalmente penso che sia un bene, che questo ci porti verso uno spazio nuovo e promettente”. (9 bis) La conclusione a cui arriva Eno è che quindi oggi c’è più musica interessante, intesa come possibilità che musica non veicolata e pubblicizzata direttamente dalle case discografiche possa raggiungere una buona fetta di pubblico. In realtà, a parte le eccezioni che confermano la regola, i numeri non dicono questo e fanno rilevare come pochi artisti si prendano la quasi totalità dell’attenzione globale, ma lo vedremo più propriamente più avanti quando affronteremo l’economia musicale ai tempi dello streaming.
Il prossimo martedì la terza puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione“.
(Paolo Bardelli)
Note:
(6) Spotify Q3 2023: boom di abbonati e record di utenti attivi, Ceotech.it, https://www.ceotech.it/spotify-q3-2023-boom-di-abbonati-e-record-di-utenti-attivi/
(7) Convertitore storico lira-euro, https://inflationhistory.com/
(8) D. HESMONDHALGH, Streaming’s Effects on Music Culture: Old Anxieties and New Simplifications (2021), https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/17499755211019974
(9) K. KEIGHTLEY, Music for middlebrows: defining the easy listening era, 1946-1966 (2008)
(9 bis) E. ASSANTE, Brian Eno: “C’è più musica interessante oggi che in passato”, Rockol, 6 maggio 2022, https://www.rockol.it/news-730051/brian-eno-trentino-installazioni-intervista

