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Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la quinta puntata.
Qui trovi la 1a puntata, Ci sono troppi panini nel deserto
Qui trovi la 2a puntata, Ascoltatori Interessati
Qui trovi la 3a puntata, Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
Qui trovi la 4a puntata, Lo streaming ci sarà per sempre?
1.5. Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia
La musica completista esiste dunque solo se in streaming, se venisse meno la possibilità di abbonarsi o comunque accedere alle piattaforme terminerebbe di colpo una delle caratteristiche più forti di questo momento storico: l’onnicomprensività dell’offerta musicale sulle piattaforme musicali. Questo attributo di completismo è talmente connaturato alla nostra esperienza che è vero anche il rovescio della medaglia: se non sei sulle piattaforme, la tua musica non esiste. Un artista che decidesse di uscire solo su formati fisici rinuncerebbe fin da subito a farsi ascoltare: la distribuzione attuale dei negozi non è attrezzata a contenere quell’enormità che è la produzione musicale attuale, cresciuta a dismisura parallelamente con la facilità di scrivere, suonare e registrare da soli con un pc e poco più, e quell’artista non riuscirebbe a farsi trovare negli store fisici. Ma anche se ci riuscisse gli sarebbe mancata a monte la maggiore forma di pubblicità attuale, che è quella di poter essere ascoltato – prima di comprare il relativo disco o cd – online per essere sicuro dell’acquisto, che è ormai una forma mentis piuttosto comune, per cui non riuscirebbe ad essere conosciuto e quindi a vendere. Anche per la musica del passato vale lo stesso ragionamento: se non è in streaming, non esiste più vista la difficoltà di accedervi (tramite il fisico). Me ne sono accorto anche, banalmente, con la mia band dei vent’anni: i cd e lo stereo sono nella casa che era dei miei nonni, e quindi non ho possibilità di ascoltarli quando voglio. C’è di più: se voglio far ascoltare a qualcuno cosa suonavo tempo fa, non posso. I Cipango, ci chiamavamo così, non esistono, perché non sono nemmeno su YouTube (si sono sciolti nel 2003 e dunque non vi sono nemmeno filmati di concerti).

Un segno di esistenza dei Cipango viene da Discogs (che fa riferimento ai supporti fisici)
E tutto questo porta a un’ulteriore corollario: se il passato è tutto disponibile, il passato è un eterno presente. Prima era passato anche per la ragione che era un qualcosa che era stato archiviato, che non era immediato potere accedervi, che non era più così a portata di mano: ora, con lo streaming, il passato si è accaparrato il presente, lo ha opzionato. E ciò non è vero solo filosoficamente, ci sono i dati che lo confermano: secondo le statistiche raccolte nel 2022 dall’allora MRC Data (società demoscopica musicale americana ora denominata Luminate), le vecchie canzoni rappresentano il 70% del mercato musicale statunitense (20). È quella retromania resa celebre da Simon Reynolds e citata da molti, alle volte anche un po’ a casaccio, ma che è certamente una peculiarità del nostro contemporaneo. Capito ciò, le piattaforme hanno agito di conseguenza: nel 2019 alcuni tra i principali servizi di musica in streaming, tra cui Spotify, YouTube e Amazon, hanno creato una nuova mansione che si occupasse unicamente della “musica di catalogo”, con il compito di promuovere le vecchie canzoni e di piazzarle nelle playlist per farle piacere sia ai più giovani sia a chi quelle canzoni le conosce già, ovvero chi ha qualche anno in più e che magari era arrivato da poco nel mondo dello streaming, in modo che la sua esperienza fosse più confortevole. Non dovremmo essere ossessionati dal passato, e invece lo siamo. Dovremmo lasciarcelo alle spalle con la consapevolezza di averlo già introiettato, tornarlo a visitare quando necessario ma essere noi piuttosto la rappresentazione stessa del suo essere già trascorso, in quanto ci siamo noi e non c’è più lui. Dovremmo, come persone, incarnarne l’approdo mediato piuttosto che dare la possibilità del suo ritorno, tenerlo a mente senza esserne il tramite – il wormhole – per la sua rimaterializzazione. Lo streaming non ci dà una mano in questo senso: ci rende facile, immediato, istantaneo poterci crogiolare negli anni addietro. E siccome la musica ha quel fantastico effetto madeleine che tutti, non solo gli appassionati, conoscono, il passato (che conosciamo) è davvero la spiaggia della nostalgia e un facile approdo nel nostro esplorare lo streaming. Per questo abbiamo bisogno di utilizzare sempre più un approccio di ascolto attivo, propositivo, curioso, per sfuggire a quel nostro passato che non è più e puntare al presente, oppure – se proprio vogliamo tornare indietro – magari cercare un altro passato, uno alternativo, che non conosciamo.
Oltretutto, nella miriadi di spinte, parodie e di stimoli odierni sui social, specialmente su Tik Tok, può succedere che un brano diventi virale senza una programmazione delle case discografiche, ma per ragioni altre (21). Semplicemente accade: il passato dunque appare anche più difficilmente “vendibile” dall’industria dell’intrattenimento, perché si vende da solo. Si potrebbero fare tanti esempi ma tutti sono legati al fatto che un video short o un reel diventi virale e si porti dietro la “riscoperta” del brano usato per lo stesso. Nel dicembre 2022 diventò popolare su TikTok il ballo di Mercoledì Addams, impersonificata da Jenna Ortega, sulle note di una canzone del 2011 di Lady Gaga, “Bloody Mary”, molte volte velocizzata (la cosiddetta versione “speed up”), ma la canzone usata nella serie tv Netflix era invece “Goo Goo Muck” dei Cramps.
La versione cinematografica con i Cramps
Tanto per capirci, verificando al momento in cui si scrive, la versione del ballo con Lady Gaga “TikTok remix” (caricata su profilo itsArtLow) ha 372 milioni di visualizzazioni, mentre la versione “originale” con l’indimenticabile band goth e psychobilly dei Cramps (sul profilo ufficiale di Netflix) ne ha “solo” 62 milioni: probabilmente i Cramps grazie a Tim Burton hanno avuto un po’ di visibilità e fama postuma (meritata) ma il regista non voleva certamente che Lady Gaga si prendesse tutta la scena. È come se oggi ci immaginassimo la scena al Jack Rabbit Slims con Uma Thurman e John Travolta in “Pulp Fiction” sulle note di un’altra canzone che non è “You Never Can Tell” di Chuck Berry ed invece è proprio quello che forse è stato lasciato ai posteri: per l’immaginario collettivo Jenna Ortega balla Lady Gaga, non i Cramps. Per di più “Bloody Mary” manco era un singolo nel 2011, quindi la rivalutazione del passato è andata, un po’ casualmente (o forse no), a favore di una “canzone minore”, che comunque non era quella veicolata all’uopo. Ho fatto pure un esperimento casalingo, ho fatto vedere i due video a mia figlia di quattro anni: è rimasta ipnotizzata su Lady Gaga, mentre invece dopo dieci secondi dei Cramps è partita la richiesta di cambiare. Evidentemente l’abbinamento “social” è risultato meglio riuscito e più moderno, ma non erano le intenzioni di Tim Burton che invece aveva fatto una scelta molto artistica e ricercata. Il giorno dopo mia figlia ha chiesto ad Alexa di riprodurre “Mercoledì Addams” e l’assistente virtuale di Amazon ha fatto partire (su Amazon Music) “Bloody Mary” di Lady Gaga. Direi che questa è la prova definitiva.
La versione TikTok con Lady Gaga
Il prossimo martedì la sesta puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “L’immaterialità della musica contagia le copertine“
(Paolo Bardelli)
Note:
(20) A. STEELE, Streaming Services Draw New Subscribers With Old-Time Rock ’n’ Roll, «The Wall Street Journal», 3 settembre 2019
(21) T. GIOIA, Is Old Music Killing New Music?, Ecoustics.com, 31 marzo 2022, https://www.ecoustics.com/articles/old-music-killing-new-music/

