ADAM GREEN, Minor Love (Rough Trade, 2010)

Crooner o non crooner? Come dire essere o non essere! Così Adam Green, senza averci dato il tempo di sentire la sua mancanza, ritorna con “Minor Love” il suo sesto album solista, e lo fa ribadendo la sua scelta artistica, quella di un crooner più per scelta che per vocazione che ribadisce il suo discorso musicale sgangherato. Una comunicazione artistica, la sua, condannata ad essere sempre imprevedibile, sbracata, scomposta, in una parola, originale.

Ma qualcosa è cambiato profondamente: “Minor Love” – dopo “Sixes and Sevens” (2008) scoppiettante e “amorevole” omaggio alla musica dei ’60-’70 che strabordava incontenibile verso tutte le direzioni – risulta essere un lavoro più concentrato poiché registrato in totale isolamento dopo il fondo amaro lasciato dal recente divorzio.

Certo, siamo sempre di fronte al solito multiformico o mutaforme Adam, che sembra tutto e niente con i suoi innumerevoli omaggi agli effetti aciduli di tanta musica sixty-seventy (“Oh Shucks” ci fa fare un giro sfrecciante dalle parti dei Rolling Stones), al rock pre-glam (“What makes him act so bad” nella quale le schitarrate ricordano le invenzioni mods) ai numi tutelari, Lou Reed in testa (che dire di “Buddy Bradley”?), Jim Morrison a seguire (la carezzevole come carta vetrata “You blacken my stay” che chiude l’album), al sound lo-fi e garage (le similitudine con Julian Casablancas si sprecano soprattutto in “Goblin”), al puro cazzeggio perditempo.

Eppure “Minor Love”, che piace immaginarlo nel titolo e nelle assonanze emotive come il fratello minore di “69 Love Songs” dei Magnetic Fields, è il lavoro maturo e tenero di un giovane che alle soglie dei 30 anni ragiona come se fosse la prima volta sull’amarezza della vita e fa vibrare nelle sue corde la visione dell’età adulta. Tuttavia se nella sua voce si materializzano tante apparizioni ectoplasmatiche che cantano le sue canzoni (visto che l’elenco pare interminabile fa una capatina Iggy Pop di “The Passenger” in “Castles and Tassels”, o Adam Turla dei Murder By Death nella pensierosa “Boss Inside”), e ogni brano risuona nelle nostre orecchie come l’eco di infinite altre canzoni (se lo fa per dissacrarsi oltre ogni amor proprio, in “Breaking Locks” il brano di apertura, Adam frulla le note di “Sandy” del musical Grease!), “Minor Love” nato dal dolore risulta essere fresco e giovane come una primizia: contando che siamo al sesto album è un validissimo risultato!

Tutto ciò accade perchè anche se l’accostamento di una voce così grave a tempi giocosi e testi follemente nonsense è come cantare un requiem con un’ocarina, Green nelle sue pillole musicali cela esercizi musicali molto articolati che sono in grado di rinnovare continuamente il già sentito, e vitaminizzare così l’anima… che ringrazia.

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