PJ HARVEY & JOHN PARISH, Dance Hall At Louse Point (Island, 1996)

I primi due dischi di PJ Harvey, a sua detta, erano frutto del lavoro di un trio, anche se il nome scelto era quello della cantante; ed era Polly ad occuparsi di tutto, voce, chitarra, scrittura di testi e musiche. Sciolto il “trio” e realizzati altri due album, nel 1996 PJ decide di stendere le sue parole sulle musiche dell’amico chitarrista John Parish, già al suo fianco al tempo degli Automatic Dlamini e nelle sedute di registrazione di “To bring you my love”. Un progetto parallelo, un album minore, ma non per questo privo di qualità e di ambizione: da queste canzoni è stato tratto uno spettacolo di danza portato in tournée in Inghilterra nel 1997. La sintonia artistica tra i due è evidente, e le canzoni che nascono dalla loro collaborazione sono tutto meno che trascurabili.

E’ Parish ad aprire le danze con un morbido strumentale, e la prima parola di Polly arriva dopo solo tre minuti, e “Rope bridge crossing”, ibrido tra Lou Reed e blues, spicca il volo. Molti hanno parlato per questo disco di un ritorno alle sonorità degli esordi: certo,canzoni come “City of no sun” (devastata da uno stridulo intervento vocale nel ritornello) o “Urn with dead flowers…” possono ricordare gli scatti d’ansia di “Rid of me”, ma le cose sono cambiate: tutto si fa più teatrale, le parole si fanno più misurate, la vocalità di PJ è molto più duttile, e ora non ha bisogni di muri di distorsione per arrivare al cuore. A dimostrare tutto questo arriva “That was my veil”, prima canzone completamente acustica in tutto il repertorio harveyano, semplice e bellissima.

La visione che PJ ha dei rapporti pare non migliorare col tempo, e ora nemmeno le parole possono più aiutare a cancellare il dolore: è questo ciò che emerge da “Civil war correspondent”, canzone di intensità straziante (” Le parole lasciano freddo il mio cuore/le parole non possono salvare la vita/l’amore non ha posto, qui/niente gioia, niente lacrime”). I vecchi fantasmi ritornano in “Taut”, violentissima e teatraleggiante, una voce che ricorda Diamanda Galas, la musica impazzita: una storia inquietante che ricorda “Crash”, un romanzo di Ballard dove sesso e morte erano fusi tra loro in maniera indissolubile.
Il resto dell’album scivola via senza lasciare troppe tracce, con una splendida eccezione: la cover di “Is that all there is?”, un vecchio blues dove i ricordi si mischiano al disincanto.

In definitiva, un album sottovalutato, catalogato troppo in fretta come side project e invece dotato di grandi qualità, con canzoni introverse e ruvide che si svelano solo a poco a poco. Un piccolo segreto malinconico.

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