FOUR TET, “Pink” (Text Records, 2012)

Quando un disco suona bene, suona bene. Questo è quanto. Se poi ci domandiamo cos’è in realtà “Pink”, ovvero la raccolta di tutti i singoli pubblicati in vinile da Kieran Hebden all’incirca nell’ultimo anno, con l’aggiunta di due inediti, capiamo perché l’attitudine dei pezzi è così votata al dancefloor. Altra domanda: c’è qualcosa di particolarmente nuovo in queste tracce? No, non c’è nulla di nuovo. Semplicemente, come detto, suonano terribilmente bene.

Ci sono gli anni Zero; c’è un po’ di dignità restituita a techno e minimal techno, suoni e definizioni così pacchianamente inflazionati sul finire del decennio. Ci sono il vuoto e l’incertezza degli anni Dieci e, come accade spesso in questi momenti, i più bravi riescono a salvare tutto quanto di buono si possa conservare del passato.

“Pink” è un susseguirsi di stati d’animo confezionati con gli abili strumenti del repertorio di suoni, effetti, gusti dell’intera discografia di Four Tet. Sono tracce sostanzialmente da ballare, in alcuni casi nell’accezione tradizionale, in altri secondo l’acccezione rephlexiana della “braindance”.

Il passo è coerente nel contesto del cammino intrapreso da Hebden con l’Ep “Ringer” (Domino, 2008) e proseguito con l’album “There is Love in You” (Domino, 2010). Dalla solitudine sognante della cameretta e le passeggiate bucoliche descritte nei lavori precedenti siamo, adesso, proiettati nell’atmosfera del club. Un club che unisce vecchi frequentatori e neofiti seguaci dell’indie e dell’indietronica.

Si fila lisci, dunque, già con “Locked”, dove un’ossatura breakbeat convive con dolci ricami hebdeniani, con “Jupiters”, che poteva stare benissimo in “There is Love in You” e “128 Harps”, dove il tocco dell’autore risulta inconfondibile. Oltre a queste, tracce più facilmente attribuibili alla tradizione techno come “Lion”, “Ocoras” e “Pyramid”.
Un disco che scorre senza farsi logorare.

78/100

(Tommaso Artioli)

5 settembre 2012

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