PJ HARVEY, Rid Of Me (Island, 1993)

Prendete una pazza. Toglietele la camicia di forza e datele in mano un’elettrica. Probabilmente quello che vi suonerà sarà molto simile a “Rid of me”. Passata alla Island dopo l’inatteso successo di “Dry” e provata nella mente e nel corpo da un lungo tour, dalla vita nell’odiata Londra e dalla fine della prima importante relazione, Polly reagisce con queste 14 canzoni rabbiose, una particolarissima e rumorosa forma di psicoterapia.

Non è dato sapere se l’angoscia e le fantasie di vendetta che popolano questo disco siano reali o solo esasperazioni molto teatrali; vero è che queste canzoni sanno inquietare come poche altre, appoggiandosi su testi “malati” e su una voce perennemente in bilico tra un sussurro malevolo e un urlo straziato.

La title-track è un perfetto esempio di quanto detto: una donna disperata che chiede al suo uomo di non abbandonarla, e l’atmosfera che di colpo si rende pericolosa e irrazionale, in un continuo crescendo che termina con un gemito ossessivo: “lick my legs, I’m on fire/lick my legs of desire”. Immagini simili si rincorrono anche in “Legs” (“e io/io potrei anche morire/oppure potrei uccidere te”) e in “Rub ‘til it bleeds” (dove l’immagine materna della testa dell’uomo posata sul grembo si impregna di follia: “posa la testa su di me/la accarezzerò dolcemente/la sfregherò per bene finché sanguinerà”). “Missed” e “Hook”, pur non placandosi nei suoni, mostrano il lato opposto dell’amore, quello cieco e sottomesso, colmo di venerazione verso un uomo che sembra essere divino.

La cover della dylaniana “Highway 61 revisited” introduce alla seconda parte del disco, quella dove al desiderio di vendetta va a sostituirsi un sarcasmo e un’ironia cattiva che non risparmia niente e nessuno: “Dry”, ad esempio, senza tanti giri di parole, recita “Me l’hai sbattuto in faccia/ mi lasci asciutta”; “Me-Jane” ironizza sulla virilità prendendo di mira una delle sue icone classiche, Tarzan.

A volte le vecchie fantasie riprendono corpo, come in alcuni passaggi della bellissima “Yuri-G” o in “Man-size” (spiegatemi come non spaventarmi ogni volta che il basso tace e resta solo una vocina a mormorare “bagno i capelli di benzina/che siano leggeri, che siano liberi”…), ma ora il clima si fatto meno psicotico, complici i trasformismi di “50 ft queenie” (mai punk e blues sono stati così vicini) e della stessa “Man-size”.

Dopo tanto dolore e angoscia, “Ecstasy” arriva beffarda (“Ascolta quel che dico/amore può significare estasi”) a tirare il sipario. Per alcuni è il capolavoro di Polly; io lo trovo bellissimo e aspro (d’altra parte che cosa ci si poteva aspettare da un produttore come Steve Albini?), anche se l’irruenza e la spontaneità di “Dry” sono lontane, e la mancanza a volte si fa sentire. Bellezza non è sempre uguale a bella forma, e questo Polly Harvey lo sa.

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