CCCP – FEDELI ALLA LINEA, Compagni, cittadini, fratelli, partigiani/Ortodossia II (Attack Punk, 1984/ Virgin, 1988)

Formatisi alla fine degli anni ’70 sull’onda del punk inglese e cresciuti nel fervido clima berlinese dell’epoca, ideatori di un punk non anarchico ma “filosovietico” (il nome del gruppo è la trasposizione in cirillico della sigla “U.R.S.S.”, come ricorda anche in “Un Week-end postmoderno” il compianto Pier Vittorio Tondelli), i CCCP – Fedeli alla linea sono uno dei più importanti gruppi italiani di tutti i tempi. Importante non solo a livello musicale – tutto il rock anni ’90, Afterhours e Marlene Kuntz in testa, deve qualcosa a Giovanni Lindo Ferretti – ma a livello d’immagine, d’impatto. Per tutti gli anni ’80 sono stati il simbolo di una controcultura musicale, di un attacco dal basso alle più puerili basi della società, un attacco divertito ma cinico, senza pietà.

“Fatevi sotto bambini, occhio agli spacciatori occhio agli zuccherini”, recita ironicamente il testo di “Militanz”, dura col suo attacco di chitarre distorte e batteria elettronica, col basso pestato, come nella seguente “Sono come tu mi vuoi” dove si ascolta per la prima volta la voce (non proprio delicata) di Annarella – benemerita soubrette – e dove viene fuori la rabbia e la preoccupazione verso l’essere visti, giudicati, classificati, etichettati (“Non cerco centri di gravità permanenti” canta Ferretti citando Battiato). Calma, con un’aria quasi da canto partigiano, pacificante arriva la chitarra che introduce “Morire”, subito smentita dalla voce filtrata da un megafono di Ferretti che recita “La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere, la morte è insopportabile per chi non deve vivere”. Poi irrompe la chitarra distorta e arriva lo slogan, oramai storico, “Produci Consuma Crepa”, l’inossidabile triade dei cinici anni ’80. Mai nessun gruppo è riuscito a stigmatizzare con tale lucidità e disgusto l’eresia della yuppificazione così come mai nessun gruppo è riuscito a rendere con tale linearità l’apatia di una generazione (o di tutte le generazioni?) e di un’età (o di tutte le età?) che traspare dalla canzone capolavoro dell’album: “Emilia Paranoica”. Rapidamente arrivano la divertente e al contempo lacerante “Live in Punkow”, inno all’est e al celebre “quartiere dei punk” di Berlino (“Un’opinione pubblica un poco meno stupida delle sale da ballo un po’ più che di merda”), la splendida “Mi ami?” (“Un’erezione triste per un coito modesto”), la più bella canzone d’amore punk mai scritta, l’emozionante “Spara Jurij”, per chiudere con l’impareggiabile punk islamico di “Punk Islam”, dove tutto diventa chiaro, dove tutto diventa filosofico, dove tutto diventa sloganistico e poetico, dove tutto diventa metaforico e realistico, dove tutto diventa CCCP, un passato ancora attuale (“Hallah è grande, Gheddafi è il suo profeta!!”), un futuro ancora incerto.

Come il mondo che regalano Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, all’epoca ancora uniti, ancora insuperabili. E ancora con molto da dire.

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