C.S.I., Ko De Mondo (Black Out, 1993)

Per Ferretti, Zamboni e la banda dei fiorentini in fuga dai Litfiba sarebbe stato semplicissimo realizzare un altro disco dei CCCP: il gruppo che ha concepito questo “esordio” è lo stesso che diede alla luce lo storico “Epica etica etnica pathos”. Sarebbe stato facile, sì. Ma per loro il cambio di nome non è stato un semplice vezzo: per quanto ciò possa far sorridere, “Ko’ de mondo” è il vero esordio di un gruppo che si è rinnovato, che non rinnega nulla di ciò che ha fatto, ma che è fiero e consapevole di essere altro. Il fine (e il mezzo) non è più la provocazione; si continua a evocare, a rivendicare indipendenza, è vero, ma la rabbia dissacrante di un tempo non c’è più. Ed è un bene, perché il salto di qualità della loro musica è enorme.

“A tratti” ha il compito di confermare quanto detto: su un tappeto di sinuoso rumore di chitarre disturbate, Ferretti declama “non fare di me un idolo o mi brucerò/ trasformarmi in megafono e mi incepperò”, rifiutando il titolo di profeta del rock italiano alternativo (termine orribile e fin troppo abusato). Molte delle canzoni di questo album sono diventate dei veri e propri inni: “Del mondo”, “In viaggio”, “Fuochi nella notte (di San Giovanni) ” e la stessa “A tratti” sono assolutamente memorabili, ma hanno il difetto di togliere luce al resto del disco, che viaggia comunque su livelli molto alti, passando dalle cavalcate rock come “Celluloide” e “Home sweet home” a momenti di quiete sofferta come “Intimisto” e “Palpitazione tenue” (dove emerge la voce di Ferretti, scura e sciamanica come mai prima), passando per momenti di puro sdegno nei confronti di un Occidente che decade (“K.O. de’ mondo?”) come “Occidente”, “Memorie di una testa tagliata”, la violentissima “Finistére”.

Tuttavia il disco, nonostante sia imprescindibile per i fan dei C. S. I., è ben lontano dall’essere perfetto: si avverte in esso la necessità di cambiare stile, ma il gruppo sembra ancora essere troppo legato all’idea di dover picchiare duro per dare la giusta veste alle canzoni più drammatiche. Una volta liberatisi da questo schema con i due dischi successivi, il live unplugged “In quiete” e “Linea gotica” , i C. S. I. hanno finalmente dimostrato tutte le loro capacità: può capitare, quindi, che alcune versioni live dei pezzi presenti in questo disco siano addirittura meglio degli originali ( ad esempio la versione di “In viaggio” presente su “In quiete”, anche grazie a Ginevra Di Marco, quasi assente in questo disco).

Nonostante questi difetti trascurabili, questo è un esordio incredibile, uno schiaffo elettrico, intimo e selvaggio allo stesso tempo, di memorabile poesia rock. Da avere assolutamente.

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