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I Radiohead risorgono come “Let Down”
L’emblema della serata è “Let Down”: i redividi Radiohead la suonano compatta, sognante, scherzando, sorridendo, lanciandosi sguardi complici, godendosi questa loro vecchia creatura che torna a vita nuova come un’araba fenice, e in fondo come loro stessi, riemersi da non si sa dove o meglio sì, riusciti fuori dalle nostre emozioni più profonde. Dati per persi, per sciolti, per annoiati, per litigiosi, i cinque di Oxford hanno stupito tutti nel ripresentarsi insieme in questo tour, e sappiamo già che gli spoiler di Madrid erano tanti. Ma inutili: loro cambiano spesso le scalette, e così ogni serata diventa unica. Quella di ieri sera (la mia 12esima con loro) è stata la dimostrazione che i Radiohead si divertono ancora molto a suonare insieme, e si vede, e ciò non era scontato. Avrebbero potuto, se ci pensate, fare un tour così, un po’ per fare, per vedere l’effetto che fa, e scoprire poi che no, forse i RH erano una cosa del passato. Invece i Radiohead sono un gruppo del presente. Tantissimi della generazione Z e anche qualcuno della Generazione Alpha attestano che c’è di più del semplice revival di “Let Down” su TikTok: ci sono fasce di persone che non li avevano mai visti e che anelavano per farlo, perché le leggende vanno sempre tastate con mano, se siano vere. Ma già l’avevano capito anche loro che andare a un live dei Radiohead è “una delle 20 cose per cui val la pena vivere” (lo scrivevo nei primi anni 2000, e direi che potrei risottoscriverlo anche oggi).

Un palco rotondo per un mondo parallelo
Il palco rotondo al centro del parterre amplifica le sensazioni perché ognuno li poteva avere più vicino di quanto li si potesse mai vedere (a meno di che di essere tra quelli che si presentano alla mattina in fila e poi corrono per accaparrarsi la transenna), ma lascia qualche dubbio sulla resa sonora, probabilmente ottima dalla tribuna ma meno in alcuni punti sotto il palco. Poco male, dopo una prima “Planet Telex” di assestamento dei missaggi (normale in ogni concerto che il primo pezzo in scaletta sia un po’ massacrato a livello di suoni), Thom Yorke e compagni hanno iniziato a stordirci con due brani distruttivi di “Hail To The Thief” (che a distanza di tempo trovo che sia il loro secondo o terzo miglior disco). Soprattutto il finale di “2 + 2 = 5” è stato sconvolgente: non si capiva più nulla, loro pestavano sugli strumenti come a voler tirare fuori il muro di potenza perfetto e noi sotto rimanevamo storditi come dopo un cazzotto su un ring. Stessa sensazione nel finale di “There There” ma anche nella disorientante “Ful Stop”, che come dice Piero Merola “forse piace più a loro suonare che al pubblico”. In realtà anche la “Ful Stop” di ieri sera ha svelato una discreta botta. Personalmente avevo solo un brano che pretendevo di ascoltare, e sapevo già che ci sarebbe stato al 99% posto che l’avevano suonato in tutte le 4 date di Madrid: “The National Anthem”. TNA è uno di quei brani che dal vivo dimostrano tutta la loro essenza e che nel tempo diventano monolitici come un monumento del medioevo che ancor oggi possiamo ammirare, ogni gruppo ne ha almeno uno e per i Radiohead direi proprio che è “The National Anthem”. Ogni volta, e anche ieri sera, TNA porta l’ascoltatore dentro a un mondo tutto suo, è una specie di tana del coniglio di Alice, un sottosopra di “Stranger Things”, un passaggio intertemporale, un velo che separa il nostro io fisico e la nostra psiche. Ossessivo e allo stesso tempo ammiccante, perturbante e invitante, è un labirinto monotematico in cui perdersi come in un trip.

Una band complessa che arriva a tutti
Il ritorno dei Radiohead in una location come i palazzetti che è meno dispersiva dei bagni di folla dell’ultima volta (a Monza fu un delirio, dal punto di vista dell’happening fu una specie di concerto di Vasco per indierockers) è stata salvifica: in questa dimensione mediana, in ogni caso più raccolta rispetto ai megaprati di spazi inadatti a loro come fu ad esempio anche il Parco delle Cascine, loro danno il meglio. Danno e ricevono in un ping pong di elettricità umana. E anche il cambio di pubblico, il suo “ringiovanimento” come dicevamo prima, ha giovato: meno persone che cantavano i loro brani come fossero in uno stadio, quelli più storici (“Paranoid Android”, “Karma Police”, “No Surprises”) sì ma vabbé, ci siamo abituati. I Radiohead erano una band per isolarsi, per vivere un proprio momento interiore, e invece dal tour del 2012 in avanti erano diventati il gruppo da stadio che doveva essere vissuto come un rito collettivo, e quindi cantando insieme. Ecco, ieri sera non è stata la messa laica personale, la confessione, la cerimonia solinga che rappresentava l’esperienza dei loro primi live, ma una via di mezzo. Sono riusciti in ogni caso a creare una prateria dove perdersi piacevolmente, dove farci scomparire completamente (purtroppo non fatta “How To Disappear Completely”). Se dunque ha un po’ ferito la scompostezza del pubblico su “Fake Plastic Trees”, con una caciara inaccettabile quando Thom declama “And if I could be who you wanted / If I could be who you wanted / All the time” (una volta da vivere trattenendo il fiato), si è ricreata una splendida atmosfera in “Videotape” e “Daydreaming”: quel silenzio di attesa, quello sguardo stupito, quell’attendere la meraviglia.
È sempre una epifania che una band che fa musica così complicata come i Radiohead riesca ad arrivare a così tante persone, e a suonare dal vivo come se fosse la cosa più semplice dell’universo. E a lasciarci così felici, con lo sguardo ebete di chi sa che ha visto una cosa meravigliosa.
(Paolo Bardelli)
Setlist:
Planet Telex
2 + 2 = 5
Sit Down. Stand Up.
Bloom
Lucky
Ful Stop
The Gloaming
There There
No Surprises
Videotape
Weird Fishes/Arpeggi
Everything in Its Right Place
15 Step
The National Anthem
Daydreaming
Subterranean Homesick Alien
Bodysnatchers
Idioteque
Encore:
Fake Plastic Trees
Let Down
Paranoid Android
You and Whose Army?
A Wolf at the Door
Just
Karma Police
