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Il 29 di luglio, all’Anfiteatro del Venda ci sarà un ritorno molto atteso: Amanda Palmer, che manca dal 2008 in versione solista e dal 2006 con i suoi Dresden Dolls, il duo punk cabaret diventato iconico di quegli anni, pur con due soli album (e una raccolta di lati b) e i live pieni di folle energia, grazie anche al talento di Brian Viglione, batterista e altra metà del duo.
Se è verissimo che c’è una canzone che è riuscita a diventare almeno popolare (chi non ha conosciuto “Coin Operated Boy”?) a riascoltare entrambi i due album si sentono ancora oggi due musicisti che sembrano schegge impazzite ognuno nella propria dimensione di teatro, musica e cabaret personale che in qualche maniera si fondono in una linea mediana che riesce a sorprendere, emozionare, essere grintosa e dolce allo stesso tempo.
Quella cosa la facevano solamente loro, in quel modo e con quella energia che assomigliava ad una giornata di meteo impazzito, di sole, nubi, vento, piogge, tutto assieme.
D’altronde (stiamo dando un po’ di contesto nel caso chi legge non li conosca) non è delicatezza quella di Bad Habit? Non è un perfetto musical My Alcholic Friends? E non è, infine, lucida disperazione quella di Half Jack, qui in una clamorosa versione di 10 minuti dal vivo che potrebbe essere tra le esibizioni più belle mai viste?
A quella prima parte, in duo, si è poi affiancata una carriera solista per Amanda, con tre album in studio, di cui uno, “Theatre is Evil” nel 2012, diventato famoso per essere stato l’album più finanziato dal pubblico su Kickstarter, oltre un milione di euro per un percorso che partiva da una Ted Conference, diventata un libro ,purtroppo ancora non tradotto in italiano, sul rapporto tra artista e community e sul libero scambio, di supporto e energia, tra queste due entità.
Chi scrive questo articolo nel 2013, tra le varie tappe del viaggio di nozze, passò per Dublino, dove si svolgeva la prima edizione di un festival musicale dalla line up decisamente incredibile e dove il giorno prima c’era in programma proprio un live di Amanda Palmer.
Quel live fu la dimostrazione chiara che l’artista aveva creato una connessione con il proprio pubblico, quello di cui parlava in quelle operazioni di supporto reciproco, nei libri, nelle conferenze.
Fu ben più di un live: fu una festa, prima, in una piazza vicina, dove l’artista americana in versione artista di strada suonava tra la gente, fu una festa dentro, dove tutto durò forse due o tre ore, tra altre band amiche che suonavano e il suo concerto, tutto senza soluzione di continuità, con alcuni picchi sorprendenti incontrati così, senza saperne niente. Tanto per dire:, questa non è la più bella canzone che nessuno o quasi ha sentito? Chi erano quei due saliti quella sera e chi erano tutti gli altri, gruppi, canzoni, suoni, tutto fluidissimo e lei, la protagonista della serata, in un elegante kimono prima e in nei suoi strani abiti poi, ad entrare ed uscire, in un grande rito collettivo.

Da quel momento sono successe tante cose nella vita di Amanda: un matrimonio (con Neil Gaiman, noto autore ad esempio di fumetti come Sandman o libri come American Gods, da cui sono usciti diversi adattamenti televisivi), il diventare madre, nuova musica (l’ultimo album nel 2019) e poi la pandemia, la fine del matrimonio, il ritorno negli Stati Uniti dopo diversi anni in Nuova Zelanda e una lenta ripresa dell’attività dei Dresden Dolls, in particolare dal vivo negli Stati Uniti e proprio in queste settimane, con la conclusione dei ventennali diritti d’autore alla casa discografica di “Yes Virginia”, con un tour (anche europeo, non italiano) e la ripubblicazione delle canzoni dell’album in disco, in sostanza, risuonato, con delle “Taylor’s version”, con la medesima operazione svolta da Taylor Swift, un disco che uscirà in forma completa il 7 di agosto.
E siamo arrivati ad oggi: Amanda Palmer suonerà mercoledì 29 luglio, all’Anfiteatro del Venda, in provincia di Padova, per una data tra solo pianoforte e conversazione.
E abbiamo potuto farle qualche domanda per prepararci a questa occasione speciale: l’intervista è tutta da leggere, oggi stravolgiamo la scaletta e alla fine parliamo di una canzone.
Ciao Amanda, grazie per avere trovato il tempo per rispondere! Negli ultimi anni ti sono accadute tante cose: ti sei trasferita in Nuova Zelanda, hai scritto album e un libro, sei diventata madre, ora stai registrando di nuovo il secondo disco dei Dresden Dolls, che stanno per andare in tour. Per partire, ti vorrei chiedere: come ti senti come artista, dopo tutto questo? Cosa significa per te riprendere in mano quelle canzoni e prepararti per questo solo tour che ti vedrà il 29 luglio a Padova?
Ciao Alessio! Sono così felice di poterti rispondere e sono così felice di poter tornare in Italia. Sono orgogliosa che tu abbia visto la band così tante lune fa e che tu abbia un ricordo così bello di quel momento.
La mia vita è diventata molto più complessa di quei giorni, quando tutto quello che facevo era tour, tour, tour e scrivere, scrivere e (a volte) registrare, registrare.
Ora sono una madre e dal primo momento che ho preso la deliberata decisione di avere un bambino, in particolare dopo essere stata molto indecisa su questa scelta, sono diventata una madre molto impegnata.
La mia vita è stata gettata in un bidone dei rifiuti quando ho chiuso il mio matrimonio solo poche settimane dopo i primi lockdown del Covid, per poter riuscire a trovare quella me stessa che si era congelata in un qualche posto in Nuova Zelanda, dove sono stata per più di due anni, pensando che fosse la scelta migliore per mio figlio.
Così tante cose erano collassate in quel momento: la mia carriera dal vivo, il mio conto in banca, la concezione di me stessa come artista dallo spirito libero.
Ma alcune cose non cambiano davvero: in realtà diventano più forti.
La mia community di Patreons, i miei legami con il teatro e gli amici del palco, la mia integrità interiore, la mia forza nel combattere quotidianamente contro le molestie online e la necessità di proteggere mio figlio dall’essere vittima di stalking, in rete e nella vita vera.
Queste cose ti cambiano completamente, passare attraverso queste esperienze ti cambia.
Ma l’artista che è in me ha sempre sentito che quella chiamata era più grande che il semplice fare soldi, o sposarmi, o avere un amante o avere un bambino.
L’artista che è in me è sempre stata in grado di guardare al dramma della vita come ad una bellissimo, complesso arazzo in cui vivere, in cui trovare il significato.
Quando ho dovuto fare i conti con la tragedia, e l’ho dovuto fare molte, molte volte, ho sempre trovato estremamente confortante scrivere musica su questo e quando ho suonato quelle canzoni per qualcun altro mi sono sempre sentita connessa all’umanità, non così sola.
I Dresden Dolls sono stati una via per fare questa cosa in maniera più intensa, più intrattenente, ma quando ho iniziato il mio viaggio da sola ho iniziato a prendere il mio lavoro molto più seriamente.
Volevo fare meno rumore e incontrare più persone.
Queste persone, i miei patreons, sono 25mila ora adesso, sono le mie opere d’arte, la mia community.
Le canzoni, i libri, gli show in teatro sono tutti arte: lo sono.
Ma la vera arte, penso, è imparare a usare il tuo talento artistico per servire per davvero le persone di fronte a te, non solo a prendere il loro soldi e pagare l’affitto con quelli.
Ecco, a proposito del tuo essere artista: parlando sempre di musica nuova, in qualche modo vorrei andare contro a questo tempo fatto spesso di nostalgia. Leggevo che, parlando della nuova registrazione di “Yes, Virginia” hai detto: “l’idea era catturare qualcosa che è sempre in movimento. Queste canzone sono sempre state suonate in conversazione con un pubblico: la registrazione non deve essere perfetta, piuttosto il contrario, deve essere viva e urgente”. Puoi spiegarmi questa cosa? Penso che come musicista il tuo lavoro sia una specie di equilibrio tra quello che è preparato, con complessità e talento e dall’altra ci deve essere qualcosa di “buona la prima”, in contrasto con la fredda perfezione del pop mainstream. Come ti senti, quindi a rilavorare queste canzoni? C’è un momento particolare che è stato per te pieno di significato, magari in un modo molto diverso da vent’anni fa?
Oh, si, certo! Penso che più invecchi e più diventi saggio come musicista, diventi più coraggioso in termini di umanità che sei disposta a mostrare. Gli errori, che non sono davvero errori, sono i sono i rilievi e i puntini che trasformano la musica in qualcosa di più simile a un dipinto tridimensionale.
Ricordo che avevo circa tredici anni e ascoltavo “The Queen is Dead” dei The Smith. Sentire quel crack, quel crollo della voce di Morissey nel secondo verso mi faceva pensare ancora e ancora: è un disco vero. Loro hanno scelto quell’errore. Perché Come? È diventato il mio momento preferito del disco.
Lì, lì dentro c’era una vera persona.
Ho sempre amato i cantanti che suonano umani e non mi sono mai piaciuti quelli che non lo sembravano.
Io volevo Jim Morrison. Non volevo Celine Dion.
Non volevo ascoltare la perfezione, volevo sentire la fatica.
Così quando siamo entrati in studio, in segreto, in autunno, per registrare nuovamente questo nuovo disco, ho dato a me stessa l’obiettivo di lasciare che le imperfezioni parlassero.
“Delilah” è una di quelle canzoni che dovrebbero suonare come una chiamata di qualcuno nel mezzo della notte: davvero, come se qualcuno parlasse direttamente nelle tue orecchie.
Non può suonare troppo perfetta, carina, oppure sarebbe rovinata.
Ho appena ritoccato la prima versione di quella parte vocale, doveva essere quello che era. Lo stesso vale per “Sing” e “Mandy Goes to Med School””: tu non puoi guidare queste canzoni come un treno, è più come navigare su una barca che si lascia guidare dalle onde, senza poter essere controllata, ma alla fine ci riesci, riesci ad attraccare.
La band era sempre suonata così inesatta, imprecisa dal vivo e amo questa cosa: è quello che ci rende Punk Cabaret.
Passione oltre la perfezione, ogni volta.
Riguardo alle parole: hai scritto un libro. Penso che ci siano alcuni musicisti che hanno il loro cuore nel suono, se penso per esempio ad alcune canzoni incredibili dei Beach House è facile immaginare che si possano cambiare le parole senza che tu perda la magia. Se penso a te, da sola o con i Dresden Dolls, penso che il messaggio, l’idea, la forza delle parole sia qualcosa che non puoi cambiare, sia parte della canzone. Qual’è il tuo processo di scrittura e come cambia, dalla musica ai libri?
Beh: è una domanda eccellente e penso che dipenda anche dal libro. Sto lavorando lentamente a un progetto di fiction ed è molto più simile alla scrittura di una canzone.
La cadenza delle parole è più poetica, la struttura è fatta per portare il lettore in un universo interamente nuovo e inventato, usando le parole come una specie di guinzaglio, un richiamo.
Il mio ultimo libro era di non fiction e anche il prossimo lo sarà e le informazioni contenute nel libro saranno urgenti, brutalmente oneste.
È un libro che ha richiamato un linguaggio che fosse essenziale e non troppo ricco di fronzoli.
Quando stai scrivendo delle memorie tu sei davvero dentro la mente e il cuore dello scrittore e sento di voler scrivere nel modo in cui parlo, mantenendo un tono totalmente conversazionale per essere sicura che il lettore sia con me, al mio fianco, in un bar come in un pub.
Le canzoni sono qualcosa di completamente diverso. Le canzoni possono essere dirette o totalmente poetica, a volte nello stesso momento e sento ci può essere molta più giocosità in una canzone.
In una delle mie nuove canzoni, sono passata da immagini assolutamente chiare fino ad altre assolutamente impossibili da decodificare, e l’ho fatto proposito.
É come guidare una persona amata, bendata, attraverso un labirinto.
Se l’ascoltatore si fida ti te, è emozionante.
E puoi farlo in poesia, immagino, ma non realmente nella fiction, a meno che tu sia James Joyce o a meno che tu voglia che il lettore decida di lanciare il libro contro il muro. Chi lo vorrebbe fare?
Ultima domanda: ripensando al tuo libro “L’arte di chiedere”. In questi vent’anni molte cose sono cambiate per i musicisti: la musica ora è in gran parte digitale (anche se c’è un certo ritorno verso il fisico), c’è una grande facilità di accesso verso ogni tipo di musica grazie alle piattaforme di streaming e questo, paradossalmente spaventa le persone, che non sanno bene come scoprire nuova musica, anche per la scomparsa di riviste, di un certo lavoro delle radio, delle webzine. Allo stesso tempo l’industria del concerto dal vivo è diventata più grande ma probabilmente più ricca all’apice e più complessa nella parte bassa: ci sono più persone ai grandi eventi e meno in quelli medio piccoli. Cosa ne pensi di questi cambiamenti? Nel tuo libro eri ottimista, scrivevi in sostanza, tu puoi chiedere, le persone possono seguirti e supportarti. Oggi, nel 2026 la pensi uguale? Qual’è la tua prospettiva?
Beh, la mia filosofia è ancora la stessa: gli artisti devono capire il loro valore e le community devono capire il valore di un artista ed essere pronte a pagare per l’arte.
Gli artisti devono sapere come chiedere e il pubblico deve apprendere come poter supportare.
Però, devo dire: il sistema si è attrezzato contro la classe media degli artisti.
Internet non è il posto amichevole e entusiasmante che era quando ho scritto quel libro: gli algoritmi hanno reso sempre più difficile stare connessi, in qualche modo e per la necessità di profitto di alcuni luoghi, ad esempio Twitter questo ha comportato che gli artisti si sono dovuti spostare di piattaforma in piattaforma, spesso trascinando i loro ascoltatori con loro.
E tutti oggi hanno questa fatica delle rete, nessuno ama le nuove piattaforme, nessuno ama i nuovi capi delle piattaforme e non c’è da stupirsi che tutti siano così acidi e cinici: c’è qualcosa che non va con questi sistemi.
Ma ribadisco che la mia filosofia di una scala sana rimane: non avremmo mai dovuto avere rock star e divinità delle dimensioni di Madonna, Michael Jackson, Prince: non va bene per le community, non è sano per gli artisti.
Gli artisti non dovrebbe essere dei e icone, dovrebbero essere persone al servizio dei loro membri e delle loro comunità e questo è quello che possiamo sperare si ritorni ad essere dopo questo enorme livello di esplosione di visibilità alla Taylor Swift.
Le persone sono tribali, noi siamo mammiferi. Per cui, ovviamente noi vogliamo sentirsi al sicuro nel nostro gruppo, nel nostro gregge, e vorremo abbandonarci alla sensazione deliziosa di avere una rockstar per cui fare il tifo, proprio come per una squadra sportiva.
Ma non c’è nulla di comparabile rispetto all’andare in una location di medie dimensioni e vedere dal vivo un gruppo come i Dresden Dolls che suonano due strumenti e senza budget particolari.
E sentirti davvero, come artista, di essere parte della tua comunità, le tue persone.
I Dresden Dolls sono davvero stati un movimento che ha riguardato anche il sentirsi sicuri dentro a questa community di persone strane, artisti, creativi, queer.
Può e dovrebbe essere sempre così e non vedo l’ora di andare in tour e ricordare alle persone che suonare dal vivo non è qualcosa che riguarda solo le band: è qualcosa che riguarda essere nel tuo villaggio, trovare nuove persone, sentire le sensazioni in un modo che ti fa sentire che non sei da solo.
Questo articolo è una leggera rielaborazione dell’intervista pubblicata nella newsletter di qualche giorno fa, un progetto curato sempre da Alessio Falavena, che puoi trovare a questo link.


