Francesco Giordani Awards 2012

1. Scott Walker “Bish Bosch”. Disco per definizione inclassificabile, tutto e niente insieme, infinito e cangiante come le città metafisiche nei sogni, truculento ma al contempo sardonico, quasi grottesco. Riflette un anno personalmente scandito da dispiaceri, addii, contraddizioni, illusioni e delusioni. Per il resto: un maestro dai tratti spaventosamente mefistofelici, pericoloso e intrepido come pochissimi altri oggi.

2. Violens “True”. Per quel che mi riguarda un album formidabile, nutrito di canzoni incantevoli, finemente cesellate, aeree, dai perfetti equilibri. La sintesi miracolosa di anni e anni di revivalismo indie-pop, new wave, cool-pop. Un atto d’amore per la canzone. Una delizia per pochi.

3. Maccabees “Given to The Wild”. Coronamento impetuoso di una carriera in crescendo, con questo loro terzo album i Maccabees diventano in definitiva un altro gruppo. Ma allo stesso tempo diventano ciò che sin dall’inizio dovevano e volevano essere: una band aristocratica e pensosa, abitata da visioni poetiche che colpiscono per il loro selvatico e nobile romanticismo, per loro ruggente mitologia.

4. Grizzly Bear “Shields”. Consapevoli di essere ormai una delle formazioni pop più autorevoli e originali del nostro tempo, i Grizzly Bear con questo lavoro mettono in scena l’abilità sublime, quasi magica, senza dubbio naturale, di tramutare il complesso in semplice, intrecciando melodie celesti e arrangiamenti bizantini, senza mai perdere un’oncia della loro sovrana leggerezza. Maestri impareggiabili di illusionismo prospettico e di architetture invisibili per sognatori.

5. Rover “Rover”. Dalla Francia un piccolo grande gioiello di compostezza vittoriana, segnato da una voce che sa essere scorbutico pugno ma anche carezza voluttuosa. Cuore di tenebra e anima bella, Timothè Regnier elargisce un rock atmosferico dalla fibra sottile e raffinata, duttilissimo, capace di spaziare da un tenue classicismo melodico a momenti di toccante introspezione lirica.

6. Rufus Wainwright “Out Of The Game”. Disco straripante, rigoglioso, vitale, luminoso, struggente come solo può esserlo un melodramma baroque-pop al servizio di un’anima delicata. Un disco alla Elton John dei tempi belli, alla Todd Rundgren e alla Fleetwood Mac, che in anni diversi avrebbe sbancato il botteghino rendendo felici milioni di villeggianti in autostrada e che oggi suona invece come un epitaffio sontuoso ad una genealogia pop estinta. E che ha anche il merito non trascurabile di restituirci un Mark Ronson in piena forma, come non si sentiva da troppi anni.

7. Prinzhorn Dance School “Clay Class”. Personalmente, una delle migliori band britanniche del decennio, per la quale la parola “originale” non è mai spesa invano. Parchi nella produzione, sfuggenti e defilati, sociopatici e dolcissimi (andate a vederli dal vivo se vi capita), i due Prinzhorn realizzano con questo “Clay Class” il loro possibile capolavoro, componendo geometria e furore, minimalismo da vecchia fotocopiatrice in bianco e nero e arte cinetica. Canzoni seriali, impregnate degli umori plumbei delle periferie inglesi più desolate, oltre il post-punk, alla fine dell’utopia urbanistica di una felicità collettiva, dentro il cemento.

8. Walkmen “Heaven”. Americani come pochi altri e come pochi altri perfettamente innestati in una tradizione statunitense di cui si dimostrano sacerdoti e custodi impeccabili, tanto nel suono quanto nella postura, i Walkmen si impongono con un pugno di canzoni memorabili, che soggiogano per eleganza e portamento. Se non è il paradiso, è comunque una delle sue province più radiose.

9. Chris Cohen “Overgrown Path”. Lunatico e “minore” dell’anno, a mio modestissimo parere. Gregario di lusso, per anni seminascosto nelle retrovie di un underground americano che ha contribuito a portare concretamente alla ribalta, Cohen si rivela in questo suo debutto un Pierrot blandamente psichedelico, armato di storie e canzoni che custodiscono al proprio interno un cuore di preziosissima, insospettabile, tenerezza.

10. Porcelain Raft “Strange Weekend”. Dall’americano a Roma al romano in America il passo ormai è breve. Buon segno, senza dubbio. Mauro Remiddi, in questo suo esordio tardivo (ma assolutamente maturo), ci dona un piccolo incanto elettronico di flebili scie luminose e apostrofi rosa. Vincendo le personali diffidenze per l’artigianato onirico in cameretta e per i bricolage (seppure ingegnosi) da laptop e amarcord solitaria, questo disco mi soffia un alito caldo sulle palpebre e mi costringe a sognare e a ricordare. Meglio: confonde sogno e ricordo in un’unica, vaporosa, sostanza dai confini imprecisi.

11. Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan”
12. Cribs, “In The Belly Of The Brazen Bull”
13. Holiday Crowd, “Over The Bluffs”
14. Death Grips, “The Money Store”
15. Mark Lanegan Band, “Blues Funeral”
16. Tama Impala, “Lonerism”
17. Mac DeMarco, “2”
18. Jens Lekman, “I Know What Love Isn’t”
19. Kindness, “World, You Need A Change Of Mind”
20. Martha Wainwright, “Come Home To Mama”

Dischi italiani

1. Diaframma, “Niente di Serio”
2. Edda, “Odio i Vivi”
3. Offlaga Disco Pax, “Gioco di società”
4. Sycamore Age, “S/t”
5. Mascara, “Tutti Usciamo di Casa”

Collegamenti su Kalporz:
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