ST. VINCENT, “Strange Mercy” (4AD, 2011)

Ultimo appello. Chi non ha ancora sentito parlare di St. Vincent al secolo Annie Clark colga l’ultima chance. Anche perché dopo due album irripetibili e questo terzo “Strange Mercy” in perfetta scia con “Marry Me” del 2007 e “Actor” di due anni dopo, il quarto potrebbe ergerla definitivamente nell’olimpo delle dee indipendenti contemporanee. La ventinovenne di Dallas, cresciuta in Oklahoma e oggi di stanza a Manhattan, sembra davvero infallibile. Dall’inevitabile quanto ingiusto anonimato dei tempi in cui la polistrumentista collaborava con Sufjan Stevens e Polyphonic Spree all’affermazione di una delle realtà cantautorali più originali e multiformi d’America.

“Surgeon” aveva subito messo in chiaro le intenzioni della bella Annie. Consolidare un sound fatto di argute intuizioni digitali in un più generale quadro di sapienza orchestrale barocca, ma mai troppo altisonante e bombastic. Arrangiamenti ricchi, forse ricchissimi come in passato, voce ingenua da perdere il cuore in maniera irrimediabile. Pathos vicino ai livelli di guardia. Rievocativa, celestiale come subito nell’apertura “Chloe In The Afternoon”.

Il suono è ormai quello di St. Vincent e di nessun altro. Ripudiate le banali assimilazioni con Tori Amos e Fiona Apple, la ragazza suona come una Bjork tremendamente più fresca e moderna. Sa giocare a fare la ninfetta ammiccante nelle tracce più catchy quali la farzesca soundtrack da matrimonio timburtoniano “Cruel” che si pianta in testa per sempre. E ancora in “Hysterical Strengh”, stupefacente versione neoclassica di Blondie con un circo di distorsioni sul finale. Le distorsioni sono sempre pronte a invadere il campo persino nella vellutata nenia soul di “Dilettante”. Perché Annie, accanto alla sua vena da cabaret molto post, non ripudia mai la sua anima più ruvida da giovane rockettara. “Cheerleader” e poi le reminiscenze twee di “Northern Lights” risucchiate in livide dissonanze quasi Animal Collective.

Tra progressioni ritmiche, crescendo vocali e orchestrali che fanno perdere il fiato come nelle ritmiche spezzate di “Neutered Fruit” e momenti più minimali da vera sfida a Bjork (“Champagne Year”).

E la struggente, avvolgente titletrack a smentire ogni dubbio sulla presunta prevalenza della confezione sui contenuti. Perché tra le altre doti, Annie Clark sembra ormai una songwriter navigata e inattaccabile.
Visioni mistiche: la madonna imbraccia una chitarra.

85/100

(Piero Merola)

28 Settembre 2011

4 Comments

  1. duilio

    29/09/2011 at 17:50

    a me sembra la solita solfa! appena sufficiente

  2. Tatoski

    03/10/2011 at 09:13

    Condivido, non conosco ancora questo album, ma i due precedenti erano assolutamente meravigliosi!

  3. Claudio Fontani

    06/10/2011 at 17:04

    Per ora conosco solo questo di Annie Clark e lo trovo folgorante 🙂

  4. laura

    19/10/2011 at 19:23

    sufficienza striminzita

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