DIRTY PROJECTORS, Bitte Orca (Domino, 2009)

Il rischio, con un pezzo di world music, è più o meno sempre quello: segui un canzone fin lì tutto sommato regolare e, girato l’angolo, inciampi nella fanfara di una banda di pifferi sudamericani, senza nessuna vera motivazione che non sia il solito pretesto dell’”esotismo”. Che poi “esotico” lo sarà forse per quei tre-quattro che non riescono ad immaginarsi Africa, Asia e compagnia diverse da come figurano su di un depliant turistico: per tutti gli altri, quello del rocker in crisi d’ispirazione che parte per mondi lontanissimi e torna con un seguito di percussionisti brasiliani in pareo non sarà altro che una riedizione di uno dei più rodati cliché della pop music.

Eppure c’è stato un tempo in cui viaggiare nei mondi non-occidentali significava mettersi alla ricerca di nuove musicalità, senza pretese filologiche, umanitarie nè altro, ma con l’unico intento (un po’ colonialista anche) di rinfrescare le acque di un panorama pop ormai saturo. Erano gli anni dei Talking Heads world-in-nuce di “Fear of Music” e della prima accoppiata Byrne-Eno, delle sperimentazioni che avrebbero condotto il Peter Gabriel del dopogenesis verso l’avventura terzomondista della Womad. Persino uno come Paul Simon dimostrava limpidezza d’intenti titolando il suo disco di armonie sudafricane “Graceland”, come la terra di nascita di Elvis Presley: leggasi “una nuova verginità nera per il rock’n’roll!”.

Ai tempi mitici e ormai dimenticati di questo lungo prologo si rifanno dunque i Dirty Projectors di “Bitte Orca”: la stessa banda che firmò il curioso “Rise Above” (unico caso attestato di disco remake/amarcord, ispirato a “Damaged” dei Black Flag ) torna dopo aver fatto ordine nel suo casino panaceale e averne tratto fuori un progetto più focalizzato. In “Bitte Orca” si respira aria d’Africa, ma senza tribalismi o facilonerie da cartolina: quando la chitarra di Langhorne alifarkatoureggia e le voci cristalline di Amber Coffman e Angel Deradoorian si incrociano (in una concezione tutta loro di “chorus”) lo fanno per rincorrere grammatiche insolite e con la speranza sempre accesa di battere nuovi sentieri. Questa non è una collezione di souvenir esotici da esporre sul comodino del rock: qui c’è l’ipotesi di un’altra pangea di musiche dalla quale far ripartire tutti i nostri giochi.

Insomma, il combo mira in alto e in almeno un paio d’occasioni tenta la zampata da fuoriclasse: prima con la ballata mutante e tutta-synth di “Useful Chamber”, poi con i toni gabriellini di “Florescent half Dome”, due segnali più che chiari che lorsignori non scherzano affatto. Se lo “sporco progetto” dei newyorkesi è quello che abbiamo fin qui provato ad indovinare, allora fareste bene a segnarvi il loro nome: il futuro della musica pop del mondo potrebbe anche passare da queste parti.

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