FRANZ FERDINAND, Tonight: Franz Ferdinand (Domino, 2009)

A partire dal titolo è richiamata una certa sensazione di scetticismo preventivo. Come a dire stasera, lads and gents, i Franz Ferdinand. Quei paraculo. Perché il titolo sarebbe dovuto essere “Bite Hard”, poi accantonato per motivi facilmente comprensibili anche senza l’aiuto di google. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per sparare a zero, insomma. Dalla copertina da perfetti british-stylish al singolo dal marchio inconfondibile con il tipico ritornello lalalalala. Dall’estenuante hype determinato dai continui rinvii sulla data di uscita ai due tour propedeutici di presentazione delle nuove canzoni che dal vivo, per inciso, si erano dimostrate esplosive.

Troppo facile dire che sono i soliti Franz Ferdinand, che è la solita furbata dopo il non eccezionale “You Could Have It So Much Better” in cui timidamente avevano provato a discostarsi dall’incredibile esordio sporcando il suono e infilando qualche ballad beatlesiana tra le solite sfuriate in levare. Ma fin dal singolo “Ulysses” le differenze si notano eccome. Il suono è più freddo e scarno, le stordenti chitarre di scuola punk-wave alla Gang Of Four sono ormai in secondo piano per lasciare spazio alla preponderanza delle basi ritmiche e alle decisive incursioni sintetiche. Medesimo copione e medesimi esiti del singolo per “No You Girls” e “What She Came For” (da segnalare però per il folgorante finale punk) che quasi si confondono in quelle melodie catchy da scolpirsi nella mente dopo mezzo ascolto. A tratti le strofe sembrerebbero chiudersi tutte con un perentorio e autoreferenziale take me out, ma è solo un’impressione.

Ciò che colpisce è il groove secco e ruvido degli accompagnamenti. Piuttosto che la facile presa dei ritornelli da sempre l’indubbia capacità dei quattro weegie della scuola d’arte di Renfrew Street, la parallela di Sauchiehall Street, la via dei club e delle sbronze di Glasgow. Per il resto Kapranos canta sempre alla stessa maniera, ovvero alla Byrne dei Talking Heads degli esordi. Con la differenza che da quei Talking Heads ora si prova a succhiare anche quell’intelligenza negli arrangiamenti e nelle soluzioni compositive. Non solo per l’uso di sintetizzatori dalla vecchia guardia sovietica, frutto forse dell’ostentata fascinazione della band per le avanguardie russe, quanto per la proclamata influenza afro-tribale nella realizzazione dell’album. Influenza di fatto concretizzatasi nelle metriche più che nelle atmosfere. Si pensi alla visione caraibica di “Send Him Away” che dà l’idea di come i Franz Ferdinand rifarebbero i Clash della seconda fase dando come risultato un remake alla Gorillaz di “Remain In Light”. Oppure alla loro canzone più lunga di sempre, i sette minuti di “Lucid Dreams” che, al di là del synth-pop e delle linee melodiche vicine a classici quali “Come On Home” e “Outsiders”, ha dalla sua un lungo e inaspettato intermezzo elettronico. Uno dei brani più maturi della raccolta che se la gioca con l’ottima “Twilight Omens”, byrniana e spigolosa come si deve. Con quel pizzico di eighties nelle tastiere che non è mai dispiaciuto ai quattro. E che esplode nelle suggestioni quasi house di “Can’t Stop Feeling”, il pezzo più dance del loro repertorio, e di “Live Alone” in cui dai New Order si spostano in territori cari ai tormentoni di Blondie.

Se “Turn It On” poco aggiunge ai vecchi Franz Ferdinand nonostante questo nuovo equilibrio negli arrangiamenti, “Bite Hard” colpisce per l’improvvisa sferzata da primi XTC (che erano rievocati fino all’ossessione in tutti i brani del primo album) data ai cenni di ballad alla McCartney della tenue introduzione. Ma, come se non bastasse, è nel finale che arrivano le sorprese. La spettrale riedizione trip-hop di Syd Barrett in “Dream Again”, e l’inaspettato rigurgito sixties nella sognante ballad conclusiva di “Katherine Kiss Me”. Una camomilla corretta con scotch dopo quaranta minuti di frustate.

Stasera Franz Ferdinand, i detrattori stiano pure a casa.

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