Share This Article
I
Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la quattordicesima puntata, all’interno del 2° capitolo, “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“.
Recap delle puntate precedenti
Primo Capitolo – “DALLA MUSICA LIQUIDA ALLA MUSICA ETEREA”
1.1. Ci sono troppi panini nel deserto
1.2. Ascoltatori Interessati
1.3. Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
1.4. Lo streaming ci sarà per sempre?
1.5. Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia
1.6. L’immaterialità della musica contagia le copertine
Secondo Capitolo – “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“
2.1. L’illegalità precede la legalità
2.2. “The Winner Takes It All”
2.3. L’Europa vuole regolamentare lo streaming
2.4. Oltre il “payola”
2.5. Nel sistema di ripartizione dei ricavi gli ascoltatori contano poco
2.6. La vendita dei cataloghi: il lato finanziario dello streaming
2.7. I provider di streaming diventeranno delle case discografiche?
2.8. Perché i musicisti non scioperano?
Nell’attesa che ci siano evoluzioni di questo genere (che i provider si trasformino in case discografiche), la situazione – come abbiamo visto – non è delle più rosee per gli artisti. Ma c’è qualcosa che loro possano fare, oltre ad attendere eventuali legislazioni che li aiutino, come quella europea in fieri? Sempre mantenendoci nel parallelo con il cinema, nel mondo della musica non è ancora accaduto quello che invece hanno fatto gli attori nel 2023 e cioè un vero e proprio sciopero. Cosa succederebbe se i musicisti “scioperassero”? Intanto vediamo cosa è successo ad Hollywood: il 13 luglio 2023 gli attori (e anche gli sceneggiatori) hanno iniziato a scioperare per permettere al loro sindacato Sag-Aftra, che conta circa 160mila attori, di negoziare al meglio con gli Studios nuovi assetti economici. E i principali punti sono stati, ovviamente, quelli relativi ai compensi dello streaming video e una prima regolamentazione del’intelligenza artificiale. Lo sciopero è terminato il 10 novembre, quando l’accordo è stato ratificato dalla maggior parte degli appartenenti al sindacato. In primis è stato creato un fondo per distribuire diritti anche agli attori che apparivano in film e serie tv guardate in streaming: contrariamente a quanto accadeva per la televisione, dove gli interpreti effettivamente venivano remunerati anche a distanza di tempo quando le opere venivano lì trasmesse, questo non era previsto per lo streaming. La mancanza di regolamentazione aveva fatto sì che le case di produzione non avessero esteso automaticamente allo streaming i diritti previsti per le riproduzioni televisive. Non erano obbligate, potevano sostenere che erano due mezzi di fruizione diversa, e tutto finiva lì. Un altro campo di discussione è stato quello dell’utilizzo dell’immagine degli attori tramite la riproduzione generata dall’AI (utilizzerò l’acronimo inglese, “Artificial Intelligence”): le case di produzione potranno chiedere agli attori di essere replicati dall’AI al posto di vere comparse, ma ciò dovrà essere fatto in termini “ragionevolmente specifici” e con il consenso degli stessi attori. Gli Studios potranno in ogni caso addestrare sistemi di intelligenza artificiale sulle immagini degli attori veri per crearne di “artificiali”, ma poi potranno usarli solo con l’ok degli attori se la copia avrà tratti facciali riconoscibili e derivati dall’attore in carne e ossa. Insomma, degli accordi ancora preliminari rispetto al mondo immenso degli utilizzi dell’AI che si spalanca davanti, ma puntuali.
E come mai i musicisti non sono riusciti a unirsi? La difficoltà probabilmente risiede nell’essere sparsi per il mondo, mentre aiuta il fatto che gli attori sia concretamente concentrati soprattutto ad Hollywood, e quindi nell’area di Los Angeles. Per creare una coscienza di classe occorre discutere di questi argomenti e farlo di persona può aiutare. I musicisti restano divisi e quindi le loro iniziative non riescono a far breccia.
Nel 2013 Thom Yorke tolse il suo primo album solista The Eraser e Amok dei suoi Atoms For Peace da Spotify twittando: “Non fatevi ingannare, i nuovi artisti che scoprite su Spotify non vengono pagati” e poi anche “Mi schiero in favore dei colleghi musicisti”. Ma i cataloghi dei Radiohead rimasero al loro posto. Evidentemente Yorke era riuscito a fare un “piccolo gesto di ribellione”, come lo aveva definito il produttore Nigel Godrich, ma non aveva avuto nemmeno l’appoggio di tutti e quattro gli altri Radiohead. Insomma, se nemmeno i cinque di una band riescono ad accordarsi sulla strategia da adottare nei rapporti con i provider di streaming, come possono farlo tutti i musicisti?
Anche Taylor Swift lo fece nel 2014 in occasione dell’uscita del suo album di allora, 1989, ma non fu del tutto chiaro se fu una sua scelta o piuttosto una decisione della sua etichetta per dare spinta all’acquisto dei formati fisici di 1989. La posizione della cantante era chiara fin da un suo articolo che era apparso sul «Wall Street Journal»: “La musica è arte e l’arte è importante e rara. Importante, e le cose rare hanno un gran valore e per questo vanno pagate” (26). L’articolo della Swift contiene diverse riflessioni importanti sull’argomento: “È mia opinione che la musica non debba essere libera. La mia previsione è che i singoli artisti e loro etichette un giorno decideranno quale sarà il prezzo di un album”. Sempre che abbiano ripreso il rapporto diretto con i fans, aggiungerei io, perché quello ce l’hanno praticamente solo le piattaforme di streaming. E forse questo deve averlo capito, con il tempo, anche la Swift perché è una delle artiste che ha maggiormente investito nel “rapporto diretto” con gli ascoltatori tramite i social e per “tagliare fuori” – ove possibile – le etichette. Com’è noto la Swift ha deciso di incidere nuovamente i suoi primi sei album, affiancando “Taylor’s Version” al titolo originale, perché quando nel 2019 l’Ithaca Holdings comprò la vecchia etichetta discografica di Taylor (la Big Machine Records), Scooter Braun divenne proprietario delle registrazioni di quei primi sei album. Taylor Swift, che era già transitata da un anno alla Republic Records, si arrabbiò perché non andava d’accordo (è un eufemismo) con quell’uomo (manager tra gli altri di Kanye West e di Justin Bieber) con cui aveva avuto nel tempo diverse dispute. E allora lei sa che fa? Ri-registra quei sei album, dato che nel 2005 aveva firmato un contratto di 13 anni con Big Machine Records accettando che sarebbe stata proprietaria di testi e musica, ma non delle registrazioni originali. Un’idea geniale. Pensò che sarebbe stata capace di farlo, lei sì mentre l’etichetta no, doveva farsi bastare le registrazioni del tempo. “Mi sono detta: sono io che ho fatto questa musica, e quindi la posso rifare”, dichiarò poi al Late Night with Seth Meyers (27). Trovo questa cocciutaggine davvero encomiabile e intelligente: così facendo la Swift ha dimostrato che è possibile, alle volte, cambiare il modo di vedere le cose e anche le stesse regole economiche, se ci si ragiona e si ha molta costanza (non dev’essere facile trovare il tempo per riregistrare canzoni già fatte tra le pause dei nuovi album e tour).
La Swift così ha dimostrato concretamente quell’intelligenza che già al tempo mostrava nella lettera al «Wall Street Journal», dove annotava anche che gli artisti che riescono a dare il proprio cuore facciano sì che gli appassionati lo sentano, comprino i loro dischi e li conservino per tutta la vita facendoli ascoltare a figli e nipoti: “Come artista, questo è il legame da sogno che speriamo di stabilire con i nostri fans. Penso che il futuro abbia ancora la possibilità di questo tipo di legame, quello che mio padre ha con i Beach Boys e quello che mia madre ha con Carly Simon”.
Ma dopo quel 2014 in cui era uscita dallo streaming, poco dopo la Swift ci è rientrata, così come ha fatto poi Thom Yorke: troppo difficile rinunciare alla possibilità di arrivare a quel grande pubblico che ascolta la musica in streaming. Cosa dimostra questo? Che se le iniziative sono singole, queste falliscono.
Ha litigato con Spotify pure Neil Young, nel gennaio 2022, ma non per ragioni economiche: la disputa si inserì nel contesto di disinformazione sui vaccini in epoca Covid. Il podcast incriminato era “The Joe Rogan Experience”, criticato per la disinformazione sui vaccini promossa dal suo presentatore e dagli ospiti presenti. Al grido di “O lui o me su Spotify”, il cantautore canadese ritirò il suo catalogo. Il mese prima 270 medici, scienziati ed esperti medici avevano firmato una lettera aperta chiedendo a Spotify di ritirare quel podcast, di cui Spotify era la produttrice esclusiva (28). Questa controversia ha fatto emergere piuttosto la discussione sulle responsabilità per le piattaforme sui contenuti che ospitano, sul controllo che eventualmente devono operare, ma che ci porta forse un po’ più in là rispetto agli obiettivi del presente libro. Dopo le affermazioni di Young, Daniel Ek aveva scritto in un comunicato sul sito dell’azienda che lui non era d’accordo con tutte le opinioni che sono presenti nei podcast di Spotify ma non per questo avrebbe dovuto rimuoverli tutti. Aggiungendo però che, in epoca pandemica, Spotify aveva comunque cancellato oltre 20mila episodi di podcast relativi al Covid che evidentemente facevano disinformazione. Personalmente sono per la libertà di opinione (quasi) sempre e comunque, ma certo in epoca di pandemia consigli medici sbagliati potevano avere ricadute drammatiche sia sulle persone singole che su quelle che stavano loro accanto, con un effetto domino che in effetti non pareva (giustamente) accettabile.
Anche mediaticamente, ogni volta che un artista decide di lasciare una piattaforma, la notizia fa il giro di tutti i giornali, e partono gli editoriali, i post indignati sui social e i titoli a effetto contro la piattaforma in questione (solitamente è Spotify a essere destinataria di queste posizioni). Poi però, terminata la bufera, tutto torna come prima. L’onda mediatica dura qualche tempo ma non intacca sostanzialmente gli interessi della società che offre lo streaming: non ci sono flessioni di abbonamenti. È notizia di fine 2025 che (29). A volte è persino la piattaforma ad esercitare il suo potere: Spotify, nel 2018, rimosse R. Kelly (e altri artisti) dalle sue playlist ufficiali dopo accuse di abusi sessuali applicando un nuovo codice di condotta che si era dato (l’Hate Content and Hate Conduct) (30). Del resto era il momento del #metoo, a dimostrazione che queste azioni sono alle volte dettate da motivi contingenti (il covid e l’apice del #metoo). In ogni caso è lo stesso principio che vale per un influencer a cui viene risolto un contratto pubblicitario a causa di uno scandalo che lo coinvolge. Tutti conoscono, anche solo marginalmente, le ricadute del caso Ferragni. Solo che qui non si tratta di una borsa o di un panettone, ma di musica. In ogni caso, la morale è chiara: il coltello dalla parte del manico non ce l’hanno i musicisti, ma chi controlla la distribuzione nelle piattaforme. A meno che non si muovano tutti insieme — una sorta di “sindacato globale dei musicisti digitali” — la bilancia continuerà a pendere dalla parte delle piattaforme.
Il prossimo martedì la 15a puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “L’illusione della sostenibilità dello streaming“
(Paolo Bardelli)
Note:
(26) T. SWIFT, For Taylor Swift, the Future of Music Is a Love Story, «Wall Street Journal», 7 luglio 2014, https://www.wsj.com/articles/for-taylor-swift-the-future-of-music-is-a-love-story-1404763219
(27) S. MARTELLI, Taylor’s Versions: ecco perché Taylor Swift sta reincidendo sei album, «Il Sole 24 Ore», 21 settembre 2023, https://www.ilsole24ore.com/art/taylor-s-versions-ecco-perche-taylor-swift-sta-reincidendo-sei-album
(28) A. GRAZIOLA, Neil Young accusa Spotify di diffondere informazioni false e dichiara: “Voglio che tolgano la mia musica!”, Soundsblog.it, 25 gennaio 2022, https://www.soundsblog.it/post/neil-young-contro-spotify
(30) https://www.wired.it/play/musica/2018/05/11/spotify-r-kelly-codice-condotta/

