Share This Article
I
Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la tredicesima puntata, all’interno del 2° capitolo, “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“.
Recap delle puntate precedenti
Primo Capitolo – “DALLA MUSICA LIQUIDA ALLA MUSICA ETEREA”
1.1. Ci sono troppi panini nel deserto
1.2. Ascoltatori Interessati
1.3. Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
1.4. Lo streaming ci sarà per sempre?
1.5. Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia
1.6. L’immaterialità della musica contagia le copertine
Secondo Capitolo – “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“
2.1. L’illegalità precede la legalità
2.2. “The Winner Takes It All”
2.3. L’Europa vuole regolamentare lo streaming
2.4. Oltre il “payola”
2.5. Nel sistema di ripartizione dei ricavi gli ascoltatori contano poco
2.6. La vendita dei cataloghi: il lato finanziario dello streaming
2.7. I provider di streaming diventeranno delle case discografiche?
La realtà che è Spotify e tutte le piattaforme di streaming potrebbero invece in teoria diventare case discografiche, e se lo facessero cambierebbero un bel po’ di equilibri, non sappiamo in che modo ma non parrebbe che da ciò potrebbe derivarne un maggiore pluralismo nell’economia musicale. Anzi, si assommerebbero ancor di più la quasi totalità degli interessi economici in pochi attori che a quel punto farebbero il buono e il cattivo tempo. Non si sa se questo potrebbe essere un bene o un male. Nel mercato cinematografico Netflix e anche Amazon Prime hanno sviluppato un modello di business simile, assommando su di loro l’attività di piattaforme di distribuzione streaming e di produzione di contenuti, ma non sappiamo cosa accadrebbe se ciò venisse replicato nel campo musicale.
La prima considerazione da fare è che la segmentazione potrebbe aumentare la concorrenza tra le piattaforme, anche se sarebbe una evidente diminuzione in termini di servizio per gli abbonati che ora accedono a quel “tutto” che è caratteristica di onnicomprensività dei servizi di streaming, come abbiamo visto nel primo capitolo. Una eventuale iniziativa nel trasformarsi anche in case discografiche sarebbe quasi totalizzante per il mercato posto che sono le piattaforme di streaming che hanno il rapporto con il consumatore, non ce l’hanno più le etichette. Lo diceva in un’intervista anche Jimmy Lovine, già produttore discografico alla Interscope Records prima e poi manager di Apple Music, affermò: “Netflix ha tonnellate di roba originale. Ma i servizi di streaming musicale sono tutti uguali, e questo è un problema”; e poi: “Se fossi ancora alla Interscope, sarei preoccupato di non avere un rapporto diretto con il mio consumatore. Gli artisti e le piattaforme di streaming ce l’hanno” (24). Netflix ha iniziato a produrre direttamente contenuti nel 2011 (in realtà lo aveva già fatto temporaneamente dal 2006 al 2008 attraverso la collegata Red Envelope Entertainment) e presentò la sua prima serie “House of Cards” nel 2013, ma non si fermò e passò anche a produrre contenuti più propriamente cinematografici.
Oggi pare normale che ai Festival si presentino film prodotti da Netflix, ma basta rileggersi le cronache del Festival di Cannes 2017 del per ricordarci della polemica del presidente di giuria Pedro Almodóvar e Netflix: il regista spagnolo affermò di non avere alcuna intenzione di premiare un film che non era pensato per la sala cinematografica, e già erano in concorso due film prodotti da Netflix.
In realtà, se ci pensiamo bene, i servizi che le piattaforme offrono agli artisti per caricarsi autonomamente la propria musica sono, a conti fatti, una specie di porta aperta all’essere, se non un’etichetta, un intermediario fondamentale per arrivare al pubblico. In Spotify For Artists chiunque può caricare la propria musica ma lo fa attraverso dei distributori: Distrokid, CD Baby, Emubands, Record Union, Vydia, ONErpm, Amuse, Routenote, SoundOn, recordJet, LANDR, MUGO, iGroove, Proton, TuneCore, Venice Music sono tutte società che gestiscono la licenza e la distribuzione a Spotify e ad altri servizi di streaming e pagano le royalties che l’artista guadagna quando gli ascoltatori trasmettono in streaming. Sempre che – ora – ne abbiano totalizzati almeno mille… Peraltro questo servizio pare più un servizio per i piccoli artisti che comunque vogliono distribuire la loro musica più che una modalità attraverso la quale una band affermata pubblichi il suo nuovo album (25).
L’evoluzione ipotizzata in questo paragrafo peraltro non è così scontata: non dobbiamo dimenticarci che l’equilibrio che si è creato deriva da una fase molto instabile e che le stesse case discografiche hanno interessi nelle piattaforme o comunque contratti difficili da rinegoziare, per cui forse è questa situazione di stallo che è la maggiore “garanzia” che scatti in avanti di questo genere non siano probabili. Un po’ come una specie di guerra fredda.
Il prossimo martedì la 14a puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “Perché i musicisti non scioperano?“
(Paolo Bardelli)
Note:
(24) B. SISARIO, Jimmy Iovine Knows Music and Tech. Here’s Why He’s Worried, «The New York Times», 30 dicembre 2019, https://www.nytimes.com/2019/12/30/arts/music/jimmy-iovine-pop-decade.html
(25) P. BARDELLI, [my2cents] Spotify diventerà una casa discografica?, Kalporz, 12 febbraio 2020, https://www.kalporz.com/2020/02/my2cents-spotify-diventera-una-casa-discografica/

