THE STROKES, “Comedown Machine” (RCA Records, 2013)

The-Strokes-Comedown Machine 505diary.blogspotIl secondo disco degli Strokes, che era fondamentalmente un album rock ‘n’ roll come dio ancora comandava, iniziava con qualche secondo di elettronica. Il nuovo album degli Strokes, che è fondamentalmente un album pop rock wavizzato come moda comandava (dieci anni fa), inizia con qualche secondo di chitarra elettrica distorta. Qualche secondo, due, due e mezzo… perché il primo brano (“Tap Out”) vira immediatamente su un pop-funk à la Phoenix abbastanza sciocco con falsetto privo di slancio, ritmica cristallina che non sa rapire l’ascoltatore e una chitarra solista sempre più uniformata al suono rock mainstream ma inesorabilmente inadatta al contesto. Ma Valensi deve sfogare in qualche modo.

La seconda traccia “All The Time” si riallaccia con maggiore aderenza all’estetica del marchio The Strokes ed è per questo un brano alieno, poco consono all’umore generale. Di “One Way Trigger”, copia carbone di “Take Me On”, si è già detto di tutto e di più sul web… ma è arrivato il momento di un giudizio definitivo. Il pezzo è, almeno per tre minuti su sei e rotti, bello, pervaso da un senso di evanescente pietà ed effetti late 80s che rendono la canzone riconoscibile (nonostante il gioco di riferimenti più o meno velati) e importante. Ancora il falsetto di Casablancas estremizza l’impulso (synth) pop e gli strumenti scaricano l’elettricità connaturata nel tocco e nelle intenzioni attraverso una produzione inflessibile e fortemente direzionata.

Ma la ragione ci dice di percepire l’arte, la musica, in quell’oscillazione tutta soggettiva tra fascinazioni irrazionali e coscienza critica (morale, estetica) di tali fascinazioni… Nietzsche direbbe che dobbiamo armonizzare illusione e consapevolezza d’illusione. Volontà di estasi e volontà di potenza. Nei nuovi Strokes l’idea generale (di Casablancas) imprime il proprio comandamento poetico a suoni e arrangiamenti. Ma si sente che la band non è ancora del tutto pronta. Lo testimonia il battito ritmico delle canzoni che, pur avendo sempre avuto affinità con la musica wave, si trova adesso in difficoltà evidenti senza l’aiuto delle chitarre garage. “Welcome To Japan” è un funk rock bianco molto bowiano con una bella parte centrale. In “50/50” tornano le chitarre e la voce effettata del Casablancas storico. Ecco un piccolo rigurgito di punk. “80’s Comedown Machine” è una ballata malinconica tutta giocata su archi postprodotti. Bello il beat di “Slow Animals” e migliore si fa anche il falsetto di Casablancas, ma il brano dura troppo e incide poco. Siamo proprio negli anni ’80 con “Changes” anche se la voce pare dirigersi dalle parti dei Sigur Ros. Una pausa e poi un altro pezzo bowiano, “Patners in Crime”. In “Happy Ending” la melodia disco è coinvolgente e più tagliente. Chiude la chillwave meditativa, mezza bossanovata  e mezza swingata di  “Call It Fate, Call It Karma”, una chiusura col botto.

Gli Strokes hanno inaugurato un nuovo percorso, opinabile ma coerente. L’album va ascoltato tutto intero e di fila. Solo allora si potranno dare giudizi. Il nostro, nonostante i dubbi relativi, è buono.

75/100

(Giuseppe Franza)

16 aprile 2013

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