JAMES BLAKE, “Overgrown” (Republic, 2013)

jamesblake_overgrownJames Blake, barba a parte, sembra invecchiare di cinque anni ogni dodici mesi. Nell’eponimo di debutto aveva subito messo in soffitta i rigurgiti da outsider bianco della scena dubstep underground di Londra che avevano segnato i suoi primi prodotti. E in pochi mesi si è trasformato da collaboratore/protetto dei Digital Mystikz ad amico di Bon Iver e Feist, che ha omaggiato con la vellutata cover di successo di “Limit To Your Love”. Il quasi venticinquenne britannico guarda sempre più all’r’n’b e si candida a icona soul britannica degli anni a venire. Ma, nonostante le prime legittime impressioni, Blake non dà l’idea di voler navigare troppo a vista dai territori più ritmati che l’hanno lanciato ormai quattro anni fa.

Il primo singolo “Retrograde”, tra i momenti più alti del disco, aveva rievocato i crescendo carichi di pathos dell’esordio. Così come, in apertura, la calda “Overgrown”, è una di quelle potenziali colonne sonore da film drammatico che Chris Martin pagherebbe milioni per aver scritto. Gli arrangiamenti sono adulti e orchestrali, ma le venature digitali molto di sfondo, riemergono nei momenti chiave. In “I Am Sold” restano in secondo, se non in terzo piano. In “Life Round Here” si colorano di tinte più luminose e spigolose da Atoms For Peace venuti bene. Ovvero: come riuscire a mettere insieme, e a mettere d’accordo Stewie Wonder a Mount Kimbie senza risultare di maniera.
È bene premettere come i primi ascolti lascino un po’ l’amaro in bocca. Nelle fasi più introverse quel senso di “mancanza” e “silenzio” molto Untold, che costituiva il valore aggiunto nell’esordio, suscita sporadici sbadigli (“Ldm”, “Our Love Comes Back”), giusto per usare eufemismi eleganti e posati quanto il soggetto preso in esame. Ma, nella loro complessità, le nuove produzioni di Blake si schiudono molto lentamente in tutto il loro fascino algido e distaccato da aristocratico del soul (che di per sé suona come un ossimoro).

Molto meglio le variazioni al tema. Quella in cassa dritta di “Voyeur” fa sognare dancefloor estive. E poi ancora quella di “Take A Fall For Me” che lo riporta nei sordidi depositi industriali dove si è fatto le ossa senza cicatrici, a dispetto di quella faccia da schiaffi da primo della classe. In parte grazie al featuring di sua maestà RZA dei Wu-Tang Clan con il suo discorrere inquietante e sinistro, ma anche grazie a un di un accompagnamento da trip-hop snaturato da soluzioni 2-step, roba che solo lui. Nell’eterea “Digital Lion” si ha l’idea di assistere a una collaborazione da fantascienza tra un allievo di D’Angelo e un allievo di Brian Eno. Eno c’è sul serio e riesce nell’intento di dare ulteriore profondità e spazialità alle sonorità del ragazzo prodigio di Deptford.

“To The Last” infine rivela ancora una volta il suo fulgido talento di songwriter. Di questo passo tra dieci anni sarà sicuramente diventato uno di quei compositori pretenziosi per incontentabili snob di mezza età. Ma meglio pensare al presente. E goderselo fino in fondo in questi sprazzi di pseudo-gioventù.
La gioventù e la freschezza in James Blake si fanno ancora intravedere, ma insieme a quella maturità molto posata che ne marchia a fuoco estetica e sonorità, hanno messo in piedi un’alchimia ormai peculiare, e inattaccabile.

67/100

(Piero Merola)

22 aprile 2013

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