PANTHA DU PRINCE & THE BELL LABORATORY, “Elements of Light” (Rough Trade, 2013)

Sacrale e poetico, Hendrik Weber sintetizza l’estetica del gelo e delle campane e assieme ai curatori norvegesi Mattis With, Håkon Vinnogg e Lars Petter Hagen si mette a esplorare lo spettro tonale dei rintocchi tradotti in luce. E ti ritrovi solo in mezzo a un orizzonte nero, un deserto di ghiaccio circondato da suoni oscuri, estremamente cristallini o spesso ottusi. Ti chiedi cosa possa tenerti ancorato lì come uno scemo. Il desiderio di pace? Il rifiuto di una ritirata indignitosa. Allora aspetti, lasci perdere le aspettative, le sovrastrutture e le preoccupazioni contingenti, e qualcosa cambia.

Nel buio intravedi colori, sfumature, figure, architetture, moti perpetui e parabole algoritmiche, scie di neutrini ed esplosioni di senso. Nasce così lo studio degli elementi della luce, una manipolazione digitale di suoni puri, concreti ed evocativi quali possono essere le voci delle campane. Pantha ci mette del suo oltre alle alterazioni da mixer. Una cassa house, sbavature glitch, controtempi e fuoritempi dub-step, pennellate da maestro del minimalismo e pseudo tribalismi casalinghi. Un lavoro di fino, da intarsiatore, o un affresco per metà allegorico e metà astratto. Un ponte tra elettronica e classica contemporanea, tra avanguardia e cretinate ambient. Un carrilon che inquieta meno di “Tubular Bells”, al di qua della familiarità dei rintocchi cattolici domenicali e dell’impatto funereo della campana introduttiva di Undertaker, ma che apre a suggestioni e viaggi non così scontati come potrebbe apparire sulla carta.

Il discorso è questo. L’idea, diciamocelo, è quasi banale. Il ragionamento poetico legato agli elementi della luce appare una sofisticazione poco convincente. Il modus operandi abbastanza ovvio. La produzione di Weber prevedibile e l’atmosfera generale già sentita o quanto meno immaginata. Eppure il disco funziona. Ha un concetto e un effetto. Cosa che capita sempre più raramente. In mezzo a tanto delirio post-clubbing e recuperi assurdi industrial, noise, horror et cetera, i ricamini minimal techno e idm di Pantha Du Prince valgono mille campane.

75/100

(Giuseppe Franza)

6 febbraio 2013

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