Neon Indian + Brothers in Law, Velvet Club and Factory, Rimini, 26 maggio 2012

Ultimo evento della stagione al Velvet di Rimini, prima data del mini tour italiano dei Neon Indian. Un ottimo live act che impressiona per padronanza del palco del leader Alan Palomo, classe 1988, e per l’impasto sonoro di composizioni che dal vivo partono dalla definizione dei critici di hypnagogic pop per diventare qualcos’altro – siano esse hit (“Polish Girl”), brani ipnotici (“Fallout”) e bizzarrie elettroniche guidate da un forte beat (“Mind, Drips”).

Un piccolo passo indietro per menzionare i Brothers in Law, giovane trio pesarese di buone speranze con l’ingrato compito di suonare in una serata come l’Elektrovelvet di richiamo per il pubblico dei giovanissimi, poco avvezzo alla scoperta del rock nostrano, per di più alle 22.30 scarse. I ragazzi ci danno dentro per una mezzora a suon di batteria militaresca e chitarre Fender Jaguar con canzoni di sicuro interesse: “Sharp Leaves” suona come i Cribs, “Holy Weekend” è il pezzo più forte e personale dall’EP “Gray Days” mentre “Ode To Love” nonostante il titolo ricorda il dark dei Cure con un’esplosione quasi grunge nel finale. Tra le altre, in “Crystal Birds” i due chitarristi fanno le veci dei fratelli Reid. Insomma un lampo rock accende la festa sintetica a seguire.

Dicevamo di Neon Indian. Una scaletta ben costruita di una quindicina di pezzi, che regala momenti più ballabili e sostenuti quando il pubblico ha quasi riempito l’enorme sala. I synth del gruppo (ben tre) guidano la vorticosa “Local Joke”, chiudi gli occhi ed i Depeche Mode non sono così lontani. “Hex Girlfriend” è un pezzo a primo ascolto aggressivo ma che nasconde una melodia pop facile di stampo duraniano; “Blindside Kiss” è più cupa e noise con un effetto glide notevole e un chorus che sembra rubato agli M83. Due estratti dall’ultimo “Era Extrana” che la dicono lunga sulla bontà e la varietà della proposta di Palomo, furbo al punto giusto in un ideale mix degli ultimi trent’anni di musica; talvolta deviante, perché da quel synth l’artista di Monterrey sprigiona quello che gli passa per la mente. Così “6669” tira in ballo anche i lisergici sixties aggiornati ai giorni nostri. Dopo aver idealmente riletto i primi Simple Minds (“Future Sick”) e l’ultimo Beck (“Ephemeral Artery”) arriva una sequenza scoppiettante che infiamma la platea partendo da “Polish Girl”, uno dei pezzi più apprezzati dello scorso anno. Finale dedicato ai pezzi del primo album “Psychic Chasm”, dal divertente bubble-gum pop di “Deadbeat Summer” a “Terminally Chill” con i suoi ricordi dei Daft Punk di “Discovery”. L’ultima è “Should Have Taken Acid With You”: non prendete alla lettera i Neon Indian ma piuttosto provate ad assaggiare il loro pop da strapazzo, nato da una cameretta piena di dischi ed ora arrivato ai club.

(Matteo Maioli)

14 giugno 2012

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