THE BANSHEE, Your Nice Habits (Suiteside, 2008)

A due anni da “Public Talks” tornano a farsi vivi i Banshee, quartetto genovese che proprio in questi giorni dà alle stampe il suo secondo “Your Nice Habits”, sempre per la Suiteside di Monica Melissano (ai cui fondamentali libri il sottoscritto deve quasi tutto quello che sa del rock britannico degli ultimi anni e dintorni). La fama di essere il più inglese dei gruppi italiani (con passaggi su BBC e segnalazioni sulle pagine sempre scottanti dell’Nme) non si smentisce nemmeno in questo secondo atto, semmai si rafforza e rinsalda, assumendo un piglio ancora più programmatico e uno spettro stilistico più ampio.

Decisiva in questo senso la scelta di affidare la produzione ad un architetto sonoro di fama comprovata come Luke Smith (sue le produzioni di più o meno recenti successi di area new rave, come Clor -one album wonder da riscoprire al più presto!-, To My Boy e Shitdisco, forse i più conosciuti dalle nostre parti). In sostanza il gruppo ottiene quello che cercava: una forma nervosa e compatta di new wave ballabile (“Cut Me Clear” o “Kicks Up” sono fin troppo eloquenti), sulla scia soprattutto di Talking Heads e New Order. Ritmo e spigoli, insomma, secondo l’adagio più diffuso negli ambienti indie degli ultimi anni (si pensi a gente come Disco Drive, Don Turbolento o Trabant). Di suo la band ci mette la voglia di arricchire le proprie strutture con inserti strumentali abbastanza vari, caratterizzati da aperture a tratti vagamente progressive (la seconda parte di “3rd” ad esempio, o le trame ritmiche più intricate di “Face”, con reminescenze madchester). Le composizioni hanno così una forma più fluida e cangiante, capace di inerpicarsi su sé stessa o perdersi nelle pieghe di un suono più aggrovigliato e complesso.

Si può dire che il risultato è in linea con la media qualitativa delle attuali proposte d’oltremanica (a voi giudicare se tale media sia alta o bassa), proposte con le quali i Banshee possono ad ogni modo competere ad armi pari, senza nessun patema d’animo (e, comunque, delizie come “Colder” o “People Around” non te le scrive certo il primo che capita). Semplificando il tutto in un’equazione (nella migliore tradizione giornalistica anglosassone) si potrebbe parlare di un mix trascinante di Franz Ferdinand+ Rapture+Hot Chip e non ci si allontanerebbe poi troppo dal vero. Certo, non sarà facile penetrare un mercato gloriosamente autarchico, impermeabile e sostanzialmente autoreferenziale come quello inglese ma il gruppo mostra di avere una buone dose di talento e necessaria sfacciataggine. A questo punto servirà un po’ di prosaica fortuna.

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