ECLIPSE, Take Me Down (6 Underground) (Ocean Trax/Level One, 2002)

Strano lo sviluppo di questo progetto curato da Gianni Bini & Paolo Martini, vale a dire la coppia di produttori italiani più in vista sulla scena dance internazionale: dopo l’esordio luminoso di “Makes Me Love You” del 1999, Eclipse si è di fatto… eclissato (!) fino a riapparire d’improvviso la scorsa estate con il bellissimo e fortunato “The Music”. A breve distanza, ecco ora il terzo episodio, già ampiamente celebrato dagli addetti ai lavori e felicemente approdato pure nelle “heavy rotation” dei network radiofonici (nonché incluso nella scaletta personale di Mr. Pete Tong a BBC Radio 1).

In effetti pare proprio che la premiata ditta abbia deciso di riservare ad Eclipse una connotazione prevalentemente pop, sfogando in esso le proprie velleità “da classifica” (non per niente con il loro nome hanno appena firmato il più sofisticato “Say Yes” feat. Su Su Bobien): e cosa c’è di più facile ed immediato di una cover per soddisfare questo desiderio tanto legittimo quanto redditizio?

La scelta è caduta su un brano già piuttosto famoso, “6 Underground” degli inglesi Sneaker Pimps, datato 1997 ma diventato celebre circa 3 anni fa come soundtrack di un riuscito spot pubblicitario.

L’adattamento su ritmica veloce dell’originale downbeat trip-hop è assolutamente pulito, fedele e lineare, tanto nell’interpretazione vocale, affidata nuovamente a Miss Deanna Della Cioppa, quanto nella melodia principale, supportata da una bassline discreta e lievemente ricalcata dalle tastiere. Piuttosto prevedibile la “Club”, ornata di alcuni loop vocali tagliati e filtrati; appena più personalizzata la “Old Skool”, con beat “sporcato” dal piatto, percussioni addizionali (echeggianti il mitico drum di Jaydee in “Plastic Dreams”), un’elementare linea di synth sovrapposta ed un suono lievemente più “grattato”.

“Six” altro non è che la riproposizione di tutto quanto non è firmato Sneaker Pimps (ovvero: di tutto quanto è farina del sacco di Bini e Martini), vale a dire il groove strumentale della versione “Old Skool”.
Vale il discorso già ampiamente fatto per i remake in generale: li si può apprezzare quando riescono a dare un contributo realmente creativo al prototipo, mantenendone intatti fascino ed anima. A mio parere questo è poco più di un esercizio di stile, ben realizzato ma decisamente avaro di carisma.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.