“Geogaddi”, la musica e’ matematica. Il decennale

Il 18 febbraio 2002, esattamente 10 anni fa, usciva “Geogaddi”, album seminale dei Boards Of Canada che ancor oggi è un culto celebrato da molti adepti. Kalporz lo vuole ricordare con uno speciale collettivo.

C’è sempre stata quantomeno una serata, in ciascheduno di questi ultimi dieci inverni trascorsi, in cui viene da mettere su “Geogaddi”. E’ come quella sera in cui vai a scartabellare per tirare fuori la padella su cui cuocere le caldarroste. Succede. Ogni anno. E’ così. E l’importanza di questo album dei Boards Of Canada sta in questo: che, ciclicamente, torna a far parte delle nostre vite. E’ come la neve e contemporaneamente quel sole che, luminosissimo, dona una promessa di calore pure a gennaio, in una giornata freddissima ma tersa.
L’ambientazione di “Geogaddi” diventa così un inevitabile con cui confrontarsi, per chiunque si approcci all’elettronica. Non puoi prescinderne: è uno dei modelli, è lo zenit, l’inizio di tante sensibilità a venire. E’ la rappresentazione del suono dell’aria, e di “Geogaddi” ne abbiamo bisogno. Come aria.
(Paolo Bardelli)

Per farsi un’idea dei Boards of Canada senza saperne nulla, come del panorama elettronico di inizio millennio, basterebbe ascoltare “Geogaddi”. Pensandoci bene è questo il motivo per cui un disco rimane, ha senso, sopravvive al tempo.
Era il 2002 ed il movimento conosciuto come “Intelligent Dance Music”, evolutosi nel corso degli anni ’90, mostrava lampi di vitalità. La fiammella, accesa nel 1992 con la seminale compilation “Artificial Intelligence” della Warp, bruciava ancora.
Le oltre 20 tracce di “Geogaddi” ci parlano con il linguaggio di un’elettronica che alterna e fa coesistere scenari algidi a lievi scosse di tepore; un’eletttronica umana, introspettiva, viva e costruita non solamente con la materia spigolosa dei vicini Autechre. Per questo i Boards fo Canada, da un nucleo iniziale di seguaci giunti dalle culture più disparate – la prima club culture piuttosto che la scia lunga dei Kraftwerk – si arricchiscono con “Geogaddi” di nuovi ascoltatori provenienti da sensibilità indie e pop. E, cosa non di poco conto, riescono a mettere d’accordo tutti.
(Tommaso Artioli)

Non è mai stato un disco dotato di appigli o scorciatoie utili a penetrarne il nucleo di beat e scarnificazioni elettroniche, eppure un bel tornado nell’anima è ancora capace di scatenarlo. Dotato di rigida freddezza da meraviglioso rigore matematico e complessa costruzione, l’analisi di Geogaddi può occupare pagine e pagine, elettroniche o meno. Ciò che importa è che è qualcosa che è rimasto, sia per chi ama, o ha amato, i Boards Of Canada e per chi ama il “genere”. Ma è lì, anche sottotraccia, sotto la pelle di tante produzioni future, sottoforma di suoni che si sono librati nell’aria per ricadere cristallizzati in altri mondi, generandone altri ancora. E’ uno dei dischi da classifiche di decenni, è uno dei dischi di riferimento per l’elettronica, ma mettiamola così: a suo modo scuote come un calcio nelle palle, nonostante non si tratti di punk, si insedia nel subconscio come una piacevole tortura cinese, costante, circolare… infinita.
(Giampaolo Cristofaro)

Luglio del 2004, post maturità. Serata con gli amici con cui sono cresciuto. Quello che è sparito lasciando mille domande in testa per cui forse è meglio non cercare risposte; quello che ha preso la sua strada non senza graffi; quello che non c’è mai ma ritorna sempre. Viaggio verso casa da un parco sulle colline astigiane. Tetto scoperto, nessuna macchina all’orizzonte. “Spegni le luci”. In piedi sui sedili di dietro a fare da navigatori perché la strada non si vede. Ci guidano quei ventitré affreschi sonori. Sotto l’immensa volta stellata che illumina i contorni dei caseggiati, ricordi indelebili di un’estate di cambiamenti. E i Boards of Canada a risuonare nel buio di quella notte.
(Daniele Boselli)

Dieci anni di “Geogaddi”, dieci anni a ripetere una parola dolce come il balbettio di una lingua materna in apprendimento e, allo stesso tempo, come il portento della parola massonica che genera e ordina continenti alla deriva da una remota e arcaica pangea dove l’unione dei suoni è tutto ciò che conta.
Era questo per me solo dieci anni fa, un’esperienza primordiale e non per questo meno complessa, il tentativo glitch e ambient di codificare l’incodificabile per organizzare in un cosmo intrecciato il caos doloroso e inquietante che ci aleggia attorno. In “Geogaddi”, emblema di un presente e di un futuro nell’immediato post 11 settembre, c’è già l’implosione dei mondi che collassano contemporaneamente a qualcosa di panico e di astrusamente naturale che scintilla nell’occhio paganeggiante che tiene tutte le cose rappresentate, e a qualcosa di consunto che si affievolisce nell’occhio sempre meno vitale di un essere che contempla la fine. Un album che ha iniziato a rappresentare la totalità dieci anni fa e che ancora oggi, dopo dieci anni di ascolto, è intento a fare.
(Stefania Italiano)

18 febbraio 2012

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