JETHRO TULL, Stormwatch (Chrisalis, 1979)

Realizzato in buona parte senza John Glascock – presente in tre tracce e per il resto sostituito da Anderson – è un album triste e crepuscolare: da fine decennio.

Mediocre dal punto di vista qualitativo, presenta elementi di interesse unicamente per alcuni particolari che possiamo definire ‘storici’. Il primo lo peschiamo già in copertina, ed è il tipo di carattere usato per la titolatura: modello display digitale. Date un’occhiata all’anno di pubblicazione e vi convincerete che si tratta di un ammiccamento modaiolo, analogo nella sostanza a quello (assai più smaccato) del recente “j-tull.com” (1999). L’era del digitale e l’era di internet, a distanza di vent’anni giusti.

In “Stormwatch” l’attrazione delle più recenti tendenze musicali fa la sua prima prova, insinuandosi in schemi compositivi che danno ormai segni di logoramento e di fiacca ripetitività. Ma anziché ravvivare e rinnovare la struttura, come forse era nelle intenzioni, non fa che deprimerla. In effetti pensare di associare l’elettro-pop alle caratteristiche tipiche dei Jethro Tull è veramente aberrante più del lecito. In questa direzione corre certo uso del sintetizzatore da parte di Palmer: sono ancora inserti nel complesso marginali, ma l’effetto è in certi casi non molto diverso da quello di un pugno nello stomaco.

Eppure “Warm Sporran”, il pezzo strumentale dove è più evidente la novità, rimane uno dei migliori del disco: questo perché il vecchio e il nuovo rimangono sostanzialmente separati e, per fortuna, il vegliardo un po’ ammuffito è ancora in grado di rintuzzare gli assalti del giovane decerebrato. Insomma ci si riduce a tifare l’arteriosclerosi. Ma tant’è: alla fine dei 45 minuti quel poco che resta nella memoria dell’ascoltatore guarda fisso verso un irripetibile passato. Il futuro è sfocato da lenti largamente insufficienti al bisogno. Del resto questa è una sorte che ha colpito, chi più chi meno e in tempi diversi, gran parte dei colossi del rock. Meglio allora ancorarci al ricordo, ad un inattaccabile patrimonio.

Forse Anderson ha davvero scritto troppo. In “Stormwatch” – fra canzoni sufficienti (come “North Sea Oil”), altre inutilmente protratte (“Dark Ages”), scipitezze e inutilità – la noia fa pompa di sé. Se al tutto aggiungiamo un mixaggio piuttosto scadente, probabilmente il peggiore insieme a quello di “This Was”, il ritratto del nostro zombie – di questo non morto – risulta completo.
Certo è che la conclusiva “Elegy”, strumentale composto da Palmer, non può che suonare – per l’appassionato – come un vero ‘de profundis’.

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