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“Peeping Tom” parla di voyeurismo, dell’essere un guardone. In questa canzone provo a calare l’ascoltatore nella testa di un voyeur e a fargli percepire le sue stesse sensazioni. Il punto è creare una sorta di empatia con la vita di una persona il cui unico raggio di luce proviene dallo spiarne un’altra in particolare. È un brano pieno di pathos, ed è estremamente triste.
(Brian Molko)
Black Market Music (2000) è il terzo album dei Placebo, preceduto dall’omonimo debutto Placebo (1996) e dal capolavoro Without You I’m Nothing (1998) – frutto anche delle collaborazioni con Michael Stipe (R.E.M.) e David Bowie –, ed esce sulle ali dei quattro singoli che compongono la spina dorsale della cosiddetta “musica del mercato nero”: Taste in men, Slave to the Wage, Special K e Black-Eyed. Al pubblico italiano ricorderà qualcosa soprattutto Special K, che i Placebo suonarono al Festival di Sanremo nel 2001, performance che Molko concluderà sfasciando la sua chitarra contro un amplificatore e indirizzando volgarità gestuali e verbali al comprensibilmente scosso pubblico italiano.
Una ventina di anni dopo, durante una ricerca nel cosiddetto “sottobosco” del gruppo britannico, m’imbatto in Black Market Music: B-Sides, uscito nel 2015, ovvero le seconde linee dei brani del disco. Dalla raccolta noto subito un remix della famosa Slave to the Wage (Slave to the Wage – I Can’t Believe It’s a Remix), il quale mi riporta all’album originario che decido di riascoltare tutto d’un fiato dall’inizio alla fine.
Aggiungo il mio contributo muovendo la testa alle percussioni di Taste in Men, faccio un disastroso tentativo di emulare la parte rap in Spite and Malice, prendo la mia dose di malinconia via auricolare con Passive Aggressive, e mi ritrovo così al penultimo brano dell’album. A questo punto, rimembrando la varietà stilistica del precedente Without You I’m Nothing – dove si passa dalle distorsioni di Every You Every Me e Pure Morning alle lente melodie di My Sweet Prince e Burger Queen – non so cosa aspettarmi. Il “guardone” inizia con un leggero riff di chitarra coadiuvato da un pianoforte in lontananza. Aggiunti bassi e percussioni, non si può più tornare indietro. Molko inizia:
I’m careful not to fall
I have to climb your wall
‘Cause you’re the one who makes me feel much taller than you are
I’m just a peeping Tom on my own for far too long
Problems with the booze, nothing left to lose
La paura di cadere dalle scalate delle pareti altrui, la sensazione di osservare la realtà dal punto più alto del mondo, e non perché io mi senta superiore, ma per via della familiarità con le vertigini che provo in tua presenza.
Sento questo. Sento questo e inizio a calarmi nei panni del guardone, del Peeping Tom, che da troppo tempo se ne è rimasto per conto suo.
La melodia è un rampicante senza radici da poter estirpare, e sentendola crescermi sopra penso all’erba verde che cresce sulle tombe appena scavate. Penso a quel che rimarrà di ciò che è rimasto di me.
I’m weightless, I’m bare
I’m faithless, I’m scared
Senza peso. Sono nudo.
Senza fede. Ho paura.
Si è esaurita l’energia di Special K o Slave to the Wage. Molko ritorna in sé e lo fa vivisezionandosi. Strizzando l’occhio a Kafka e Milena, il coltello che il brano ti porge assume il manico della consapevolezza e il filo tagliente della disillusione. Devi pensarci tu. Questo è affar tuo.
The face that fills the hole that stole my broken soul
C’è una faccia a riempire il buco da cui hanno rubato la mia anima distrutta. Ed è il volto del mondo, è il volto dai mille volti che mi passano in esame giudicando i punti cardinali della mia persona, le inclinazioni del mio io, il mio essere poligonale, le mie intime perversioni. O forse quella faccia è la mia, ed è la faccia di chi accosta il proprio occhio a spiragli proibiti, di chi si nutre dei dettagli altrui e ne conserva avidamente morfologie e sensazioni. È la faccia di chi si accorge di avere sempre confuso la propria anima con la propria ombra, credendo che a tallonarlo fosse il prodotto di un contrasto di luce e che invece si rivela essere, al termine della canzone, il dividendo di un conto interiore. Ma se il Peeping Tom è dentro di me, io dentro a chi sono?
(Federico Spagnoli)

