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Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la settima puntata, all’interno del 2° capitolo, “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“.
Recap delle puntate precedenti
Primo Capitolo – “DALLA MUSICA LIQUIDA ALLA MUSICA ETEREA”
1.1. Ci sono troppi panini nel deserto
1.2. Ascoltatori Interessati
1.3. Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
1.4. Lo streaming ci sarà per sempre?
1.5. Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia
1.6. L’immaterialità della musica contagia le copertine
2.1 L’illegalità precede la legalità
Non so voi, ma quando mi imbatto casualmente nel logo di Napster ho un tuffo al cuore: non è una questione nostalgica, è perché quel logo ha rappresentato, seppure per poco tempo, la possibilità per gli appassionati musicali di accedere a contenuti illimitati e, cosa non da poco, in maniera gratuita. Tutto era a nostra disposizione, subito (o quasi, vista la lentezza delle connessioni a 56k), e ciò era terribilmente eccitante. Peccato che fosse illegale. Ma l’illegalità non toglie nulla della straordinaria sensazione di liberazione che infuse Napster in tutti noi.

Probabilmente non avevamo capito gli effetti a lungo termine, se no saremmo stati più cauti. Qualunque amante della musica, infatti, diventa ombroso se oggi si inizia a disquisire sul valore della musica e dell’economia che gira intorno allo streaming. Non è bello sapere che nell’attuale situazione di musica eterea gli artisti facciano fatica a guadagnarsi da vivere o comunque non ricevano gli introiti che si meriterebbero. Ma un dato è curioso da annotare: gli scatti tecnologici alle volte più forti e importanti nascono nell’illegalità. L’equilibrio in situazioni di backoffice non del tutto chiare ha tra l’altro caratterizzato – sembrerebbe – anche i primi passi di Spotify, prima di arrivare sul mercato. Prima infatti di stipulare gli accordi con le case discografiche per ottenere le licenze di riproduzione, e quindi negli anni 2006-2008, parrebbe – secondo il saggio Spotify Teardown: Inside the Black Box of Streaming Music – che Spotify fece le prime prove del suo progetto attraverso la stessa tecnologia peer-to-peer che era alla base del file sharing illegale e attingendo da un archivio non autorizzato creato dalla comunità svedese di condivisione di file (1). Senza voler dire che ciò fosse completamente illegale, visto che si trattava di ricerca e sviluppo, è singolare e può aiutarci a sviluppare una considerazione. L’illegalità può diventare il pungolo per la modifica dell’esistente, la rottura con il passato per un futuro che poi, a poco a poco, viene inglobato nella legalità. Del resto Spotify ha affidato il progetto di costruire ex novo la sua app a Ludde Strigeus, il creatore di μTorrent, uno dei client BitTorrent più popolari al mondo e, ironia della sorte, uno dei maggiori motori della pirateria musicale (2). È per certi versi quello che è successo a Frank Abagnale, il vero protagonista della storia portata al cinema da Spielberg in Prova A Prendermi, che realmente, dopo essere finito in carcere per aver commesso delle truffe, fu rilasciato prima della fine della condanna a condizione che aiutasse senza retribuzione le autorità federali ad indagare sui crimini commessi da falsari e truffatori.
Così come Abagnale, anche Strigeus poteva riportare quella tecnologia che lui conosceva bene, il P2P, all’interno del consentito, e lo fece con Spotify. C’è un aspetto che mi ha colpito nella storia di Ludde Strigeus: non è per niente un conoscitore musicale. “Non sono particolarmente interessato alla musica, mi accontento di lasciare che la playlist di qualcun altro scivoli in sottofondo”, ha dichiarato (3). Del resto è un programmatore informatico, non fa una piega. Però questa sua dichiarazione ha in sé un qualchecosa di simbolico, di metaforico: il maggiore servizio di streaming musicale è stato creato da un punto di vista informatico da una persona a cui, della musica, non è che interessi più di tanto. Ma siamo noi che siamo degli inguaribili romantici, perché pensandoci bene non è che anche da Edison che inventò il fonografo possiamo pretendere una fine e approfondita conoscenza musicale. Per di più Edison aveva come obiettivo di sviluppo il mondo degli affari e quindi la trascrizione orale di appunti di business, per cui siamo ancora più lontani da una concezione idealista di queste persone che permettono a noi poveri fruitori finali e compulsivi di musica di goderne. Quello che è certo invece è che il co-fondatore di Spotify, Martin Lorentzon, ha avuto fiuto nel coinvolgere Strigeus in questa avventura. Che è quello che è invece mancato a Shawn Fanning e Sean Parker, i creatori di Napster: probabilmente se i due avessero avuto maggiori doti negli affari avrebbero potuto portare avanti Napster invece che doverlo chiudere per ordine di un Giudice, perché si sarebbero accordati prima di quella sentenza. Lo dimostra la storia di Doug McCrae raccontata nella serie High Score su Netflix: McCrae era uno studente che per arrotondare aveva messo su un giro di flipper e cabinati arcade dei primi videogiochi nei dormitori delle università, negli anni ‘80. Aveva notato che gli incassi dei videogiochi diminuivano di settimana in settimana, quando installava dei nuovi cabinati. Ciò era dovuto al fatto che i giocatori diventavano sempre più bravi, e quindi le loro partite duravano di più, con la conseguenza che lui guadagnava di meno. Cosa si inventò Doug? Coinvolse il suo amico Steve Golson per “migliorare” il software, creando dei kit di potenziamento che modificavano un gioco rendendolo più difficile per i giocatori, così le loro partite sarebbero durate di meno. Fecero un tentativo con Missile Command, modificando la scheda madre e trasformando il gioco in Super Missile Attack e vendendo un sacco di quei cabinati ai proprietari di sale gioco. La ATARI fece loro causa per 15 milioni di dollari, ma contemporaneamente aveva paura che un’eventuale sconfitta nella causa avrebbe creato il precedente secondo cui i suoi giochi potevano essere modificati a piacimento da chiunque: quindi ATARI accettò di buon grado di chiudere la vertenza, a due condizioni. In primis McCrae e Golson, a cui nel frattempo si era unito il programmatore Mike Horowitz, avrebbero dovuto lavorare proprio per ATARI, e poi si sarebbero dovuti impegnare a non rimodificare più i giochi ATARI. E così andò.
Ecco un modo intelligente per terminare un’attività illegale nel mondo della proprietà intellettuale: trasferirla il prima possibile nella legalità, prima che le sentenze di violazione di copyright ti sotterrino. Quello che non ha saputo fare Napster e che invece pare abbia fatto Spotify. Che, appunto, secondo la vulgata comune ha sconfitto la pirateria.
Il prossimo martedì l’8a puntata di “Musica Eterea”, dal titolo ““The Winner Takes It All”, all’interno del 2° capitolo “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“
(Paolo Bardelli)
Note:
(1) M. ERIKSSON, R. FLEISCHER, A. JOHANSSON, P. SNIKARS, P. VONDERAU, Spotify Teardown: Inside the Black Box of Streaming Music (2019)
(2) Four lessons we learned from creating Spotify’s Desktop App, Spotify R&D Engineering, 4 agosto 2021, https://engineering.atspotify.com/2021/08/four-lessons-we-learned-from-creating-spotifys-desktop-app/
(3) M. NYSTÅS, Spotifys stjärnutvecklare är också chalmerist, 23 settembre 2011, https://web.archive.org/web/20120721071137/http://chalmersalumni.wordpress.com/2011/09/23/spotifys-stjarnutvecklare-ar-ocksa-chalmerist

