Un altro frammento del viaggio autobiografico di Arlo Parks nella sua adolescenza, attraverso il racconto della rottura di una coppia che solo apparentemente non la riguarda: “I was waiting for the bus one day/Watched a fight between an artsy couple/escalate“… La londinese Arlo Parks, a soli vent’anni, si è affermata come una delle voci emergenti più originali del 2020 grazie a un miscuglio inedito di indie pop, r’n’b e soul con testi che contrastano per la loro durezza e sincerità nell’affrontare temi come la depressione e la malattia mentale.
L’album “Collapsed in Sunbeams” uscirà il 29 gennaio, raccogliendo anche i precedenti singoli “Eugene”,”Hurt”, “Black Dog” e “Green Eyes”.
Tracklist
1. Eugene
2. Black Dog
3. Hurt
4. Collapsed In Sunbeams
5. Too Good
6. Hope
7. Caroline
8. Green Eyes
9. Just Go
10. For Violet
11. Bluish
12. Portra 400
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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