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Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è l‘ottava puntata, all’interno del 2° capitolo, “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“.
Recap delle puntate precedenti
Primo Capitolo – “DALLA MUSICA LIQUIDA ALLA MUSICA ETEREA”
1.1. Ci sono troppi panini nel deserto
1.2. Ascoltatori Interessati
1.3. Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
1.4. Lo streaming ci sarà per sempre?
1.5. Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia
1.6. L’immaterialità della musica contagia le copertine
Secondo Capitolo – “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“
2.1. L’illegalità precede la legalità
2.2. “The Winner Takes It All”
Ma in questo mondo digitalizzato e di musica eterea come gira l’economia musicale? A mio parere a questa domanda è facile rispondere: è ora di lasciarci dietro di noi tutte le lamentele dell’epoca del download illegale, della musica “povera” eccetera eccetera. Il perché è facilmente identificabile: attualmente il fatturato globale del mondo musicale è maggiore di quello pre-crisi: come abbiamo visto nel primo capitolo, nel 2023 è stato di 26,2 miliardi di dollari e nel 1999 era di 22,3 miliardi, quindi oggi nel business della musica girano più soldi che alla fine del decennio d’oro, quello degli anni Novanta, dove la musica raggiunse il suo massimo valore intrinseco in quanto un solo cd poteva arrivare a costare l’equivalente di 20 euro odierne (il doppio di un abbonamento mensile a un servizio di streaming) e dove le vendite erano elevate in termini di copie fisiche. Basta piangere miseria!
E ciò senza considerare l’abbattimento dei costi: la digitalizzazione infatti ha anche ridotto i costi di produzione, distribuzione e promozione sul lato dell’offerta, quindi – teoricamente – i profitti potrebbero essere maggiori. Se questa dunque è la situazione, occorre chiederci se i sistemi di retribuzione degli artisti sono diventati più equi. La risposta è naturalmente negativa.

Le royalties per gli artisti sono basse: premettendo che uno stream “valido” che genera un compenso è solo quello che dura almeno 30 secondi, Tidal riconosce in media 0,012 euro per ogni stream valido (servono quindi 83 ascolti per ottenere un euro), Apple Music 0,009 euro (112 stream per un euro), Amazon Music 0,0036 (278 ascolti per un euro) e Spotify 0,003 (cioè un euro dopo 334 stream), anche se queste cifre variano in funzione di diversi fattori, inclusi il numero complessivo di streaming sulla piattaforma, la forza delle etichette e la popolarità degli artisti (4). Ciò vuol dire che per raggiungere un livello pari a quello di uno stipendio “medio” di 1.500 euro, occorrono mezzo milione di streaming su Spotify, un bel numero. A tutto questo bisogna aggiungere ad esempio una iniziativa di Spotify: il servizio svedese ha iniziato a partire dal 1° aprile 2024 a non remunerare più i brani degli artisti sotto i 1.000 ascolti annuali. Ciò ha creato grandi polemiche: chiaro che sarebbero 3 euro, ma non dobbiamo dimenticarci che è a canzone e in ogni caso che è una sorta di “franchigia” che di primo acchito pare avvantaggiare solo Spotify. Ma è meglio approfondire. Spotify aveva annunciato di voler “modernizzare il sistema di royalty per destinare un ulteriore miliardo di dollari agli artisti emergenti e professionisti” (titolo dell’articolo apparso sul sito ufficiale di Spotify For Artists) (5). Spotify afferma infatti che, ospitando oltre 100 milioni di brani, “decine di milioni sono stati trasmessi in streaming tra 1 e 1.000 volte nell’ultimo anno e, in media, quei brani hanno generato $ 0,03 al mese”, per cui “poiché le etichette e i distributori richiedono un importo minimo per il prelievo (di solito $ 2- $ 50 per prelievo) e le banche addebitano una commissione per la transazione (di solito $ 1- $ 20 per prelievo), questo denaro spesso non raggiunge gli uploader. E questi piccoli pagamenti vengono spesso dimenticati”. Come a dire: questi micro-compensi non vengono incassati, io voglio pagarli! Infatti, continua Spotify, “in aggregato, questi piccoli pagamenti ignorati hanno raggiunto i 40 milioni di dollari all’anno, il che potrebbe invece aumentare i pagamenti agli artisti che dipendono maggiormente dalle entrate dello streaming”. Sempre tradotto: chi riceverebbe pochi euro l’anno sicuramente non “campa” di musica, meglio redistribuirli a chi comunque ha già un incasso rilevante. Come sia definita questa fascia di “artisti che dipendono maggiormente dalle entrate dello streaming” però non viene detto. Perché un obiettivo meritorio sarebbe chiaramente quello di aumentare il fatturato dei piccoli artisti, non di quelli grandi o medi. Che poi definire chi sono piccoli, medi o grandi è un’ottima e difficile discussione. Occorre guardare i numeri: per Spotify “il 99,5% di tutti gli stream riguarda tracce che hanno almeno 1.000 stream annuali e ognuna di queste tracce guadagnerà di più in base a questa politica”, mentre secondo i dati di Luminate sul 2023 sono circa 152 milioni le canzoni che realizzano meno di 1.000 stream in un anno, l’82% del totale (6). Com’è possibile questa differenza? Perché Spotify cita una percentuale rispetto al numero complessivo di streaming mentre Luminate con riferimento al numero totale di canzoni. È evidente dunque che solo il 18% delle canzoni rappresenta il 99,5% degli streaming totali, come a dire che ci sono poche canzoni (e ancor meno artisti) che si mangiano quasi tutta la torta.

Nel mio piccolo ho potuto assistere a un fenomeno del genere, diciamo “micro-economico”: da quando hanno Alexa a loro completa ed esclusiva disposizione, con associato Amazon Music, i miei figli (9 e 4 anni) sono autonomi nel richiedere ed ascoltare la musica che più aggrada a loro (e non si “sorbiscono” le scelte del babbo) ma certamente hanno un repertorio preferito che gira attorno alle 50 canzoni al massimo, ma proprio a stare larghi. In poche parole, ascoltano sempre gli stessi brani. La serata delle cover di Sanremo 2024, il venerdì, prevedeva in scaletta 30 pezzi: è vero che alcuni erano medley quindi contenenti due o tre brani diversi, però su quelle 30 canzoni/medley c’erano esattamente 5 brani che sono tra i 50 che i miei figli ascoltano sempre, e più precisamente “Farfalle” di Sangiovanni, “Karaoke” della Amoroso con Boomdabash, “Dove si balla” di Dargen D’Amico, “Occidentali’s Karma” di Francesco Gabbani, “Blu” degli Eiffel 65, e non sto contando l’accenno finale a “Italodisco” (“Questa non è Ibiza!”) cantata alla fine del medley di brani di Umberto Tozzi. Quante probabilità c’erano? Quante canzoni italiane esistono dalla notte dei tempi ad oggi? In realtà era facilmente tutto calcolato: si guardano i numeri e si ripropongono le canzoni con gli streaming più alti, molte volte autocitandosi, e così si entra in un circolo vizioso ed esponenziale in cui, in definitiva, solo pochissime canzoni sono davvero all’attenzione di tutti.
“The winner takes it all”, si potrebbe dire alla maniera degli Abba: c’è solo un vincitore o, meglio, qui ce ne sono pochi. Sulle piattaforme ci sono uno sproposito di pezzi, ma solo 2.600 canzoni che totalizzano più di 100 milioni di stream annui l’una. Questa distribuzione asimmetrica è purtroppo tipica dell’economia in generale, come spiega molto bene Alan B. Krueger: molte professioni, e anche quella musicale, si sono trasformate in “mercati delle superstar” dove un piccolo numero di importanti professionisti ottiene guadagni spropositati (7). Perché? Alfred Marshall, uno dei maggiori economisti ad aver approfondito la redistribuzione del reddito, credeva che ciò fosse in diretta correlazione con la tecnologia, e al tempo in particolare con il telegrafo: era il progresso tecnologico il volano per poter produrre beni o servizi in minore tempo o in generale con minori costi, massimizzando i profitti. Non è quello che sta accadendo anche oggi nello streaming musicale?
Il prossimo martedì la 9a puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “L’Europa vuole regolamentare lo streaming”
(Paolo Bardelli)
Note:
(4) F. BORTOLETTO, I musicisti sottopagati di Spotify: agli artisti meno del 10% dei ricavi, 10 gennaio 2024, https://europa.today.it/next/ricavi-artisti-spotify-streaming-parlamento.html
(5) Modernizing Our Royalty System to Drive an Additional $1 Billion toward Emerging and Professional Artists, Spotify For Artists, 21 novembre 2023, https://artists.spotify.com/blog/modernizing-our-royalty-system
(6) D. SMITH, How Many Tracks Will Be Eliminated by Spotify’s 1,000-Play Minimum? Now We Have a Number, digitalmusicnews.com, 11 gennaio 2024, https://www.digitalmusicnews.com/2024/01/11/spotify-stream-minimum-impact/
(7) A.B. KRUEGER, Economia Rock. Il mercato, la crisi, il lavoro e la disuguaglianza sociale spiegati a chi ama la musica, pag. 109 (BUR Saggi, 2019)
