Share This Article
Un patchwork sonoro e tematico che funziona splendidamente
Sarà perché dopo i primi due album – ascoltati distrattamente, una volta soltanto o due, nello scorso biennio e ritenuti buoni ma non certo indimenticabili – non mi aspettavo che facessero il botto con un disco d’autore variegato, coraggioso e a tratti addirittura spregiudicato come questo. Sarà perché dopo il recente esordio solista di Cameron Winter, l’ottimo Heavy Metal – pubblicato un po’ in sordina alla fine dello scorso anno -, pensavo che la giovanissima penna di Brooklyn avesse già raggiunto un picco che avrebbe faticato a superare, forse perché avevo l’impressione – o, ancor meglio, temevo – che il suo stile di songwriting non potesse evolvere in chissà quali ulteriori direzioni, fatto che è stato subito smentito e che in realtà Heavy Metal, ascoltato un’altra volta oggi con ancora più attenzione, ci mostra con chiarezza. Sarà, infine, che in un breve video comparso sui canali social di Stereogum due giorni fa che mostra il gruppo di Winter e soci che si esibisce dal vivo a Brooklyn in questi giorni per celebrare l’uscita di Getting Killed compare un fan che, a pochi metri di distanza dalla band, balla e canta quasi in trance indossando una t-shirt del mio amato Bob Dylan, cosa che mi ha fatto pensare quanto questo disco sia dylaniano senza volerlo essere in nessun modo o quasi.
Saranno logici, insensati o irrazionali questi fatti, incatenatisi quasi senza un motivo negli ultimi cinque o sei giorni, mentre andavo ascoltando e studiacchiando questo Getting Killed dei Geese, il terzo disco – quarto se si considera il primo lavoro autoprodotto ma in parte “cancellato” dalla band – del quartetto newyorchese capitanato da Cameron Winter che sin dai primi dischi, e soprattutto qui, ha cercato di sottrarsi a qualsiasi tipo di etichettatura per proporre fusioni originali, spiazzanti e a volte anche improbabili dei più disparati generi, attitudini e ritmi del rock più o meno tradizionale? Questa è la storia di quattro newyorchesi che “fuggono” a Los Angeles per registrare un disco che rappresenta un’evoluzione coerente ma al tempo stesso inattesa del loro precedente 3D Country – e del suo “completamento” 4D Country – e che parte dove Winter aveva temporaneamente chiuso il suo discorso artistico con Heavy Metal.
È con queste premesse che i Geese costruiscono il nuovo labirinto di messaggi, di parentesi, di aforismi e di gomitoli apparentemente impossibili da sciogliere che è Getting Killed. Che si tratti di melodie e di ritmi disorientanti e sghembi, di immersioni claustrofobiche che finiscono per fondere rock, funk, soul, gospel e altre imprevedibili influenze, che ci si trovi di fronte a distici e a strofe che lasciano a bocca aperta per la loro bellezza o per la loro assurdità, questo patchwork sonoro e tematico funziona splendidamente. Heavy Metal ci aveva mostrato che il talento cantautorale di Winter era solo all’inizio della sua maturità. Da lì in avanti Getting Killed poteva tramutarsi in un confusionario passo avanti a metà o in una trionfale affermazione di grandezza. Per loro fortuna – e anche, in fondo, per la nostra – è la seconda opzione quella che i quattro hanno imboccato.
Per entrare a proprio agio nel “caos controllato” di Getting Killed la furia rock dalle influenze caraibiche di “Trinidad”, il brano che apre il progetto, sembra necessaria. Il frastornante e insistente grido “There’s a bomb in my car!” prepara l’ascoltatore a qualcosa di straordinario: è in corso un colpo di stato, un uragano sta per abbattersi su una spiaggia piena di bagnanti o ci si prepara semplicemente a un party selvaggio? Il biglietto da visita più intrigante e decisivo per determinare l’avventura sonora che Winter e soci hanno deciso di intraprendere, però, è forse la traccia che dà il titolo al disco, “Getting Killed”, in cui lo scatenato funky-soul che disegna i contorni della sua sagoma serve da asfalto per le fughe e le retromarce improvvise delle chitarre vorticose, del basso ansiogeno e della pressione vocale ruvida e ostinata di Winter: «I’m getting killed by a pretty good life», canta, «I am being fucking destroyed by this city tonight», con una veemenza e un’urgenza incontenibili. Memorabile e spiazzante, il pezzo sintetizza con brillantezza il peso e la rilevanza dell’album intero, un viaggio coraggioso e affascinante in una giungla di ritmi e di umori non facilmente descrivibile.
Un raggio d’influenze vastissimo, una produzione brillante, un cantautorato di alto livello
A produrre il progetto è il celebrato producer hip-hop Kenny Beats, il cui inconfondibile tocco – un groove asfissiante che colora di pennellate funky, disco ed electro un universo sonoro che ha alla sua base un rock acido e torrido – completa, insieme all’eccezionale songwriting di Winter e dei suoi colleghi, le fondamenta di questo edificio. È uno stile che vive attraverso frammenti irregolari e fragili magnificamente giustapposti o sovrapposti e che sfrutta il ripetersi ciclico di un certo beat ritmico o di una certa figura melodica più che singole e monumentali esplosioni chitarristiche o estatici riff a cadenza regolare. Questi elementi, in ogni caso, non mancano del tutto, ma vengono piuttosto volutamente risucchiati in quell’intrigante dinamica descritta sopra. Un brano come “100 Horses”, per esempio, il cui scatenato incedere funky sembra travolgere ogni cosa all’interno e al di fuori del pezzo, funziona anche e soprattutto per questi motivi: “All people / In times of war must go to the circus», canta Winter con piglio cinico e divertito in un pungente tripudio di suoni che affollano la mente e le orecchie dell’ascoltatore che, ancor prima di rendersi conto di preciso in quale orizzonte umorale e in quale genere musicale è stato catapultato, si sente incollato a esso senza più via d’uscita.
I colori vocali di Winter rimandano tanto alla new-wave quanto al revival punk-rock dei primi Duemila, così come il suono fresco e pulito delle chitarre e gli arrangiamenti dell’apparato ritmico portano con loro le stimmate di più di un decennio. È vasto, infatti, il raggio d’azione entro cui si muove il gruppo, che è probabilmente affascinato da una serie d’influenze che vanno dagli Echo & the Bunnymen agli Strokes, dai Television ai Fall, senza dimenticare la lezione dei grandi cantautori come Bob Dylan e Leonard Cohen e di band apparentemente lontane da loro come i Cure. È un rock moderno e “globale”, che si riscopre giovane e forte nel flirtare col pop, con la dance, con il soul e con il funky, un mix ambizioso e perfettamente adatto al timbro pastoso e granuloso di Winter.
L’atmosfera è quasi ovunque incendiaria. Da un lato ci sono gli episodi più funambolici e scatenati, che più degli altri mostrano con palpabile evidenza tutto il talento e l’energia del gruppo oltre alle qualità del compositore principale, Winter. Dall’altro emergono i numeri più lenti e riflessivi, che contengono aperture melodiche degne di un certo rock da stadio di qualità, cosa che non potrà che far guadagnare alla band un seguito sempre più ampio. Si tratta, in ogni caso, di due facce non facilmente distinguibili, l’una il completamento dell’altra, l’una il potenziamento dell’altra, due attitudini che possono convivere anche all’interno della stessa canzone.
Tutti i brani di Getting Killed contengono quest’inclinazione e mostrano quanto il gruppo sia collaborativo al suo interno. Il rock poetico e ciondolante di “Husbands” e lo scompiglio post-punk dell’eccellente “Bow Down” hanno al loro centro non solo i bei testi di Winter o la sua voce graffiante ma anche i ritmi ossessivi del batterista Max Bassin e del bassista Dominic DiGesu. L’intricato sentiero della pacata ma martellante “100 Horses” è costruita intorno alle pennellate di chitarra di Emily Green e, nuovamente, ai pattern ritmici di Bassin, per non parlare, poi, della meravigliosa “Long City Island Here I Come”, l’epica conclusione del disco, quasi sette minuti di pura tensione lirica e musicale, un concentrato di sensazioni e pulsioni che mettono in mostra la grandezza dei quattro e le notevoli abilità di scrittura di Winter, un cantautore i cui versi hanno già fatto scattare gli applausi di uno che scrive testi grandiosi da quattro decenni abbondanti. I Geese hanno dato alle stampe uno dei dischi rock più belli dell’anno e ora pare si godano – meritatamente – un magico e ispirato periodo. A questo punto del viaggio, giunti a una fermata in cui è necessario scendere per fermarsi e apprezzare, attendiamo curiosi quale sarà la prossima meta verso cui i quattro ci condurranno.
82/100
(Samuele Conficoni)

