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Giovedì 25 settembre, nel cuore del complesso monumentale di Santa Croce, si è svolta l’ottava edizione di Genius Loci. La maestosità del Cenacolo ha accolto i Širom per il concerto anteprima del nuovo album In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper. Il trio sloveno ha dato vita a un’esperienza che ha travalicato i confini dell’esibizione musicale per farsi rito collettivo, trasformando la sala del Cenacolo in una camera di risonanza fuori dal tempo.
Ana Kravanja, Iztok Koren e Samo Kutin hanno portato con sé un pantheon di strumenti come reliquie di un mondo parallelo, al confine tra un museo immaginario o da un sogno etnografico. Li distesi sul palco con maniacale disposizione, trovano spazio tra i tanti, un banjo ridotto a tre corde, la ruota ipnotica della hurdy-gurdy, il ribab nordafricano, il morin khuur mongolo, flauti sottili come ossa, percussioni costruite a mano e corde tese come nervi scoperti.
Vi sono, però, anche semplici oggetti, come bricchi e scodelle, che nelle loro mani diventavano membra di un unico organismo sonoro, vivo e pulsante, che respirava insieme allo spazio sacro del Cenacolo, amplificando ogni vibrazione come se le pareti affrescate fossero parte integrante dell’ensemble. La disposizione stessa dei musicisti, raccolti intorno a loro, accentuava l’impressione di assistere a un rito arcaico più che a un concerto. Non c’era gerarchia tra i suoni. Ogni strumento, anche il più minuto, trovava il proprio spazio, contribuendo a un equilibrio fragile eppure potentissimo.
Il nuovo lavoro dei Širom si è rivelato come la sintesi più radicale e visionaria del loro percorso: In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper è probabilmente l’evocazione più acuta finora del loro processo musicale collettivo, che intreccia un folklore melodico rustico con tessiture extranazionali, dissonanze e strutture non lineari, fino a generare un’atmosfera vibrante che a tratti sfocia in un rituale estatico. È un disco che non si limita a raccontare: avvolge, trascina, trasfigura.
Dal vivo, questa materia sonora assume una forza ulteriore: i brani si dilatano, si piegano al respiro del pubblico che man mano si sincronizza con l’esecuzione, facendo affiorare nella loro mente paesaggi interiori. Paesaggi che sembrano di volta in volta aprire una soglia verso il profondo, dove l’ascoltatore si ritrova a varcarla senza accorgersene, portando avanti un percorso verso la propria essenza interiore.
Pochi ensemble sperimentali dell’ultimo decennio hanno saputo creare un’opera così singolare e riconoscibile. Provenienti dai paesaggi eterogenei della Slovenia, gli Širom hanno costruito un linguaggio che non somiglia a nessun altro. Arcaico e futuribile allo stesso tempo, radicato nella terra, ma capace di spalancare visioni cosmiche. La loro musica sembra nascere da un altrove che non ha confini geografici, eppure porta con sé l’eco delle montagne, dei fiumi e delle tradizioni che li hanno generati.
Quando l’ultima nota si è dissolta, il pubblico è rimasto immobile, come trattenuto da un incantesimo. Un epilogo sospeso, interrotto solo dopo un lungo istante di silenzio dalle mani che hanno cominciato ad applaudire, liberando l’energia accumulata. Non era un semplice applauso, ma il riconoscimento di aver partecipato a un atto di evocazione collettiva, in cui la musica è riuscita ad aprire un porta tra il presente e un altrove senza tempo.
















