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#my2cents
Radiohead e biglietti: quando comprare diventa un percorso a ostacoli
Giorni convulsi, annunci improvvisi, boicottaggi discutibili: i Radiohead hanno dominato la scena dall’annuncio delle loro date novembrine, avvenuto a sorpresa mercoledì 3 settembre, ad oggi, giorno dell’apertura della prevendita biglietti. Togliendo il boicottaggio per ragioni politiche, per cui basta rileggersi l’intervento social di Thom Yorke a proposito della questione israeliano-palestinese di maggio e si ha già la risposta a tutto (per chi la vuole cercare), preferivo attenermi – in questo #my2cents molto libero – alla questione modalità di vendita biglietti per evitare il secondary ticket. In questo senso cosa è successo? Che i Radiohead sono diventati più antipatici, certo, ma forse lo sono gli informatici che hanno consigliato i Radiohead questa (necessaria) procedura ad ostacoli, peggio delle forche caudine, per comprare i biglietti, ad esserlo.
Gruppi Whatsapp e code virtuali: l’esperimento (riuscito?) contro i bot
Sono riusciti a fare una vendita più democratica? Certo. Probabilmente nessun bot è riuscito (ma la certezza chiaramente non c’è in questo momento) a superare la combinazione di registrazione in localizzazione, mail, codice, link vari, account coerenti e coda su Ticketmaster. In molti durante questa settimana hanno affermato che la band di Oxford non era riuscita a trovare una modalità nuova e innovativa sul tema, anzi aumentando a dismisura i prezzi dei biglietti. In realtà oggi si può attestare la sostanziale riuscita del loro esperimento: cos’è successo? Che persone in carne ed ossa si sono messe in fila puntualissimi alle 10, come fossimo nel 2008, finendo per centesimi di secondo/ingressi informatici ad avere 500, 10.000 o 40.000 persone davanti a loro in fila. I numeri non sono casuali, sono quelli dei gruppi Whatsapp di amici che avevamo messo su per riuscire a comprarli per la/le data/e che ci interessava/no. Tutti lì alle 10 in punto, e in luoghi diversi della fila. Come se 40.000 persone arrivassero fisicamente davanti alle Poste allo stesso orario, si formerebbe una coda e alcuni arrivati lì come gli altri sarebbero più avanti o indietro senza avere meriti o colpe, no? La casualità della vita non è democratica se evita i grandi business (di secondary ticket) e gli amici degli amici? Se volessimo fare una battuta si volevano evitare i bot, ma i bot eravamo noi.
Risultato? Io riporto quello che conosco, il gruppo di amici che avevamo creato: in 4, solo in due abbiamo ricevuto l’email venerdì scorso e quindi solo in 2 siamo riusciti a comprare i biglietti. Io volevo fare 3 date attivando conoscenti, e invece sono riuscito a comprarne due. Alcuni non ce l’avranno proprio fatta, e di questo mi dispiace. Ma lì la questione sono le capienze: o i Radiohead si mettono a fare 50 date europee, oppure c’è più domanda che offerta.

Tra fan veri e “io c’ero”: chi ha vinto davvero la corsa ai ticket
Tutto giusto? Forse no. In questo hype che è montato come la panna, per cui parlavano di Thom Yorke e soci anche le rezdore in fila dal salumiere (il titolo più giusto di questi giorni l’ha fatto Rockit, “Volevo comprare i biglietti dei Radiohead, solo che non mi piacciono”), molti biglietti sono probabilmente andati a chi, dei Radiohead, non frega una cippa e vuole invece l’esperienza, il “io c’ero”, il “se non vado stavolta poi non capita più come i Pink Floyd a Venezia” (parallelo che faccio spesso perché – mutatis mutandis – i PF nell’89 e i RH nel ’25 sono in fasi discendenti similari da band psichedeliche “da storia del rock”). I Radiohead – a mio parere – avrebbero potuto fare una prevendita esclusiva solo per i fans che hanno dimostrato in questi anni di voler loro bene, come quelli iscritti su W.A.S.T.E. (la loro piattaforma di merch) da tempo. Tra l’altro l’avevano già fatto.
Ma questo è solo quello che penso io, e siccome non mi piace dire agli altri cosa dovrebbero fare (e invece in questo periodo storico tutti dicono agli altri cosa dovrebbero fare invece di fare autocritica), me ne andrò semplicemente al loro concerto e bona lé, come dicono a Bologna.
(Paolo Bardelli)

