“Sea Change” di Beck: tutto cambia e anche i sentimenti

La grandezza di “Sea Change” di Beck è stata evidente fin dall’uscita, avvenuta il 24 settembre 2002 (leggi la recensione di Kalporz del tempo), e ne è stata tributata l’importanza anche alla fine del famigerato decennio degli “anni Zero” (qui a Kalporz finì al 18° posto nella classificona dei 100 album), ma è nel tempo – se è possibile – pure aumentata. Così che ci troviamo ora con un 20ennale in tasca e un album che, a distanza di così tante stagioni, assume il contorno inevitabile di “classico” anche per via del suo sound difficilmente databile: potrebbe essere un album di Nick Drake registrato meglio, quindi appartenere a un’epoca indefinita che va dagli anni ’70 ad oggi. Il background di “Sea Change”, ovvero la sua scrittura come modo per ricucire il cuore di Beck Hansen distrutto dalla fine di una relazione novennale, è noto. Così come è notoria pure la (quasi) unicità dell’album nella discografia del nostro, appena dopo al travolgente “Midnite Vultures” (1999) e prima dell’evolutivo Guero (2005), una specie di parentesi necessitata per mandare via i fantasmi della ex e fare outing emozionale davanti a tutti. In realtà Beck si è riavvicinato alle fonti di quell’elisir di vita a cui la maggior parte delle persone vanno ad abbeverarsi, a quella linfa vitale che porta a ristabilire gli equilibri interni dopo un lutto amoroso e che ognuno deve trovare dentro a se stesso quando capitano certe cose, nel 2014 con Morning Phase, ma è stato più un voler fotografare quei moti dell’animo come elementi della natura, del normale avvicendarsi dei giorni e delle stagioni, mentre al tempo di “Sea Change” l’urlo soffocato in una composta rassegnazione (e dolore) era in presa diretta, era vissuto reale e tangibile.

Oggi dunque rimane la musica cristallina, quelle melodie che riescono incredibilmente ad essere sia malinconiche che dolci, come se la perdita avesse portato anche al bisogno di essere calmo, distaccato, per non impazzire, quegli archi languidi che rendono tutto più emozionale grazie alla produzione maniacale e lucidissima di Nigel Godrich (evidentemente al suo più alto momento di carriera, tra “Kid A” -2000- e “Talkie Walkie” -2004-), quelle chitarre acustiche equalizzate così bene che “Sea Change” potrebbe essere l’album da usarsi per ascoltare la resa di un hi-fi nel momento dell’acquisto (anni fa molti facevano questa prova del nove con “Brothers in Arms” dei Dire Straits o “The Nightfly” di Donald Fagen), tutti elementi che sono davanti a noi mentre ci riapprocciamo – oggi – a questa opera indimenticabile.

Ma soprattutto rimangono i testi, definitivamente laceranti, depressivi ma anche equilibrati, che scrutano la morte di un sentimento (molti i riferimenti alla morte in “Already Dead”) cercando anche (timidamente) di guardare – se non avanti – altrove. Il necessitato cambiamento, il “sea change”, è evocato in “Little One”, dove c’è qualcuno che annega e “strane onde che ci spingono in tutte le direzioni“, mentre “nulla è al sicuro”:

Drown, drown, sailors run aground
In a sea change, nothing is safe
And strange waves push us every way
In a stolen boat, we’ll float away

Ma prima bisogna prendere coscienza della situazione, in un incessante turbinio di stati d’animo il cui unico denominatore è lo straniamento, ed è dura “tirare avanti”: “In questi giorni riesco a malapena a cavarmela / E non ci provo nemmeno”, canta in “The Golden Age”:

These day I barely get by
I don’t even try

mentre poi il soggetto della lirica parte e guida di notte per non pensare, per “raffreddare la testa dolorante” (“Cool your aching head”).

L’immagine più metaforica, quella della barriera che separa lui dal mondo di lei è in “Guess I’m Doing Fine”: lui è alla finestra, guarda fuori, c’è un uccellino che canta ma non riesce a sentirlo (“There’s a blue bird at my window / I can’t hear the songs he sings”) a rappresentazione della divisione definitiva che si è frapposta fra di loro (i Marlene avrebbero detto “devono aver diviso in due il mondo e penso di essere dalla parte sbagliata”).

La consapevolezza di stare attraversando un momento da cui non si può scappare, che bisogna affrontare, è chiara in “Lonesome Tears”, perché Hansen non ne può più di piangere, capisce che non gli servono quelle “lacrime solitarie” (“Non ho più bisogno di loro”) ma allo stesso tempo si accorge che sono indelebili come un tatuaggio, che “non si possono cancellare”:
These tears just can’t erase
I don’t need them anymore

Alle volte emerge distintamente una grande stanchezza (“I’m tired of fightin'” canta in “Lost Cause”) ma anche una comprensione che probabilmente serve solo tempo perché “non c’è molto da dire” e “non c’è molto da fare”, ciascuno ha “giocato la propria partita” e ora bisogna solo riposare (da “End of the Day”):

Not a lot to say / Not a lot to do
You played the game

You owe nothing to yourself
Rest a day
For tomorrow you can’t tell

Un episodio a parte è invece “It’s All in Your Mind“, singolo già edito in altra versione nel 1995 e dunque canzone che non può essere riportata in maniera stretta ai temi dell’album: interpretata solitamente come un dialogo paranoico tra due personalità, a me piace di più vederla come una richiesta di aiuto a un amico che invece non è riuscito a starti vicino in quel momento sentito come insormontabile, e che si è comportato come tutti gli altri, “spaventati e rigidi”:

You’re all scared and stiff

Ma, quasi a confermare una logica di concept album che si snoda verso una direzione, sono “Round the Bend” e “Sunday Sun” che raccontano il finale di questa storia, che è il solo possibile per chi ha un po’ di amor proprio, ovvero quello di leccarsi le ferite e ricominciare, di guardare cosa c’è “al di là della curva”, perché “la vita va dove deve andare”:

We don’t have to worry
Life goes where it does

e non c’è nient’altro da fare che attendere il “sole della domenica”, quella giornata che sarà inevitabilmente vuota senza l’amata ma che potrà essere comunque tiepida, con un po’ di sole:

There’s no other ending
Sunday sun

Era giusto tornare su questo album perché quello che ha raccontato Beck è universale, è la trascrizione sofferta di una fase umana tra dolore e timido assestamento, perché dove c’è (stato) tanto amore c’è la possibilità di uguale sofferenza. E’ un equilibrio precario, sottile, una corda tesa che può spezzarsi da un momento all’altro lasciandoci aggrappati al vuoto, che il cantautore losangelino ha voluto riempire così, facendoci partecipi del suo modo di superarlo.

In attesa di iniziare una nuova era luccicante.

Let the golden age begin

(Paolo Bardelli)

Le foto nel presente articolo, opera di Autumn De Wilde e scattate durante la registrazione di “Sea Change”, sono state pubblicate nel profilo ufficiale Facebook di Beck il 24 settembre 2022