BECK, Sea Change (Geffen/Universal, 2002)

Era attesa con impazienza dagli addetti ai lavori l’uscita dell’ultimo album dell’indecifrabile Beck.
Certo, la scena musicale ora è piena di profeti o dichiarati tali, che si vantano di aver creato sound rivoluzionari o generi sbalorditivamente originali. Ma Beck Hansen ha rappresentato veramente qualcosa di nuovo per tutti.

“Loser”, singolo epico e ormai datato, divenne presto un fenomeno di massa e un evento ben al di là dei confini californiani e di quello che i dati di vendita, certamente lusinghieri, possono descrivere.
Beck diventò il simbolo della X Generation, un folletto sperimentale, un sognatore caustico, uno gnomo inafferrabile.

Cosa è rimasto di quel Beck?
Poco o niente. Quel Beck Hansen non esiste più. Dimenticatevi “Loser”, dimenticatevi album come “Odelay”, il suo gioiello, e dimenticatevi le liriche criptiche. In questo album si parla di amore, di uccellini blu alla finestra e di introspezioni romantiche. Niente più slang giovanile come in “MTV Makes Me Want To Smoke Crack” o “Novacane”, tradite le atmosfere blues di “Hotwax”, abbandonate le sperimentazioni garage o elettroniche, Beck si (ri)veste da song writer.
Sia ben chiaro, “Sea Change” è un lavoro eccelso, ottimamente suonato e ancor meglio arrangiato, prettamente acustico, al limite folk, con sontuose performance di archi persuasivi e perfettamente coinvolgenti.

Come in “Mutations” (1998), meglio che in “Mutations”, la forza delle liriche si fa sempre più apprezzare. E’ dolce e rilassante “The golden age”, pezzo che apre l’album, così come “Guess I’m doing fine” dove la chitarra si eleva in un ritmo malinconico, quasi esclusivamente acustico. A tratti Neil Young, a tratti Nick Drake, Hansen continua su ottimi livelli e l’album trae sicuro giovamento dalla sua ritrovata vena di paroliere.

Ed è forse questo il fatto più sorprendente: la maturità dell’ormai trentenne artista californiano lo ha portato a riprendere il discorso interrotto qualche anno prima, ripercorrendo i sentieri che portano alla meditazione, alla ricerca semantica, ciò nonostante ampliando lo spettro di sonorità dalle quali attingere. E se in “Lonesome Tears” gli archi si innestano alla perfezione tra liriche dolci-amare, ecco che “All in your mind” e “Already dead”, nelle quali la semplicità dell’eccellente chitarra si fonde alla perfezione con la sua voce calda e con versi che rasentano la poesia, rappresentano forse il punto più alto dell’intero lavoro.

In definitiva un album da avere a tutti i costi, un piccolo gioiello che è già un classico, un’opera grandiosa che non potete lasciarvi sfuggire, un capolavoro.

Ma se cercate suoni lo-fi, sperimentazioni garage o riverberi diindustrial rock, quello non è più affare di “questo” Beck Hansen. Cercatele piuttosto in “Odelay” (1996). Quello sì era rivoluzionario….

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