BECK, “Hyperspace” (Capitol, 2019)

L’ostinazione di Beck è immensa: non si è mai seduto sugli allori, indomito forse più di altri artisti della sua generazione, e la sua insoddisfazione per quello che non aveva ancora raggiunto è stata la base, la molla per andare oltre. Verso territori (per lui) inesplorati. “Nowhere child, keep on running”, canta in “Everlasting Nothing”, aggiungendo che questa corsa è per “cercare qualcosa nell’eterno nulla” (“You’ll find something in the everlasting nothing“).

Coerentemente nel nuovo “Hyperspace” si mette a inseguire il suono contemporaneo, lui che per età anagrafica ne è lontano ma che evidentemente riesce ad avvicinarcisi più di altri per caparbietà, e per farlo ingaggia la gallina dalle uova d’oro Pharrell Williams. La cosa incredibile è che il suo mood attuale continua a essere quello positivo di “Colors” (2017), più minimale (sentirsi la bellissima “Chemical” che in linea con i gusti attuali sostituisce la batteria con uno schiocco digitale delle dita), con l’auto-tune che tutti usano ma che crea una spaccatura generazionale negli ascolti, i vecchi che “una volta la voce non era effettata” da una parte e quelli che rispondono “ok boomer” dall’altra parte, e con la sua solita classe.

E dire che nel febbraio scorso Beck si è separato dopo 15 anni dalla moglie (l’attrice Marissa Ribisi) ed evidentemente il suo equilibrio artistico è molto più saldo rispetto alla famosa rottura dei primi anni Duemila con Leigh Limon che fu la molla per il “depresso” (ma meraviglioso) “Sea Change” (2002). Si nota una testardaggine di chi vuole assolutamente creare l’opera perfetta, quella che riesce a raccontare in maniera compiuta sia l’artista sia il mondo circostante. Non a caso in un’intervista di qualche giorno fa al «New Yorker» ha affermato: “Forse il punto di più importante dell’arte è quello di creare la cosa che più vorresti che esista nel mondo. E non so se l’ho ancora fatto”.

Le vette dell’album sono certamente il singolo “Uneventful Days” dalle tinte sintetico-giapponesi (da notare che in copertina Beck ha messo il titolo in katakana), la già ricordata ballad “Chemical” che ragiona sulla natura chimica dell’amore che termina (“Burning wears off like a chemical… And when the feeling is over There’s no explanation“), l’attraente e ammaliante “See Through” e le tentazioni da folk evoluto di “Everlasting Nothing” e “Stratosphere”. Certo qualche passaggio meno convincente c’è (il tentativo di rifare il vecchio Beck in “Saw Lighting” che si trasforma in poco di più che un esercizio da cover band di se stesso, il pop che non va da nessuna parte di “Die Waiting”), ma sono comunque episodi in un album ben strutturato, coerente e con un obiettivo chiaro: non solo essere pop come bisogna essere oggi, bensì inseguire l’iper-pop, un pop spinto sempre più in là fino a un punto in cui la leggerezza si trasforma in rigore formale, pura bellezza. E, trattandosi di Beck, un’estetica che ha sempre e comunque un’anima.

Insomma un grande fuoriclasse che ancora sperimenta e che, allo stesso tempo, cerca sempre di tornare a casa, insoddisfatto, nella sua Los Angeles così stimolante, per creare ancora, e ancora. Buona ricerca, Beck Hansen.

Still, I try to get back home
In the everlasting nothing

70/100

(Paolo Bardelli)