BECK, “Colors” (Capitol, 2017)

Oramai è chiaro: questo album di Beck ha spaccato in due i suoi seguaci, distanti anni luce tra il considerarlo “bigiotteria da bancarella” (definizione di Francesco Giordani) oppure semplice “serio divertissement” (e questa invece l’ho coniata io). Lo dico subito da che parte sto, bisogna schierarsi. A mio avviso “Colors” è quello che Beck voleva che fosse: una fotografia con i filtri più sputtanati di Instagram, una radio che va di sabato pomeriggio con la colonna sonora adatta per staccare il cervello (è sabato pomeriggio, vacca boia!), un necessario ripartire in maniera più frivola dopo il profondo “Morning Phase”. Perché non ci si può sempre crogiolare nei propri dubbi esistenziali, bisogna voltare pagina (e lo dice uno che aveva messo “Morning Phase” al primo posto dei propri Awards di quell’anno…). Insomma, se Beck avesse fatto tutti gli album così, oppure se farà anche il prossimo in questa maniera patinata, allora secondo me avrete diritto di protestare, di interpellare il postino più veloce per fargli arrivare le vostre rimostranze.

Fino ad allora, una maschera da burattino come è Beck non può che giocare a saltellare di qua e di là. E se una critica a “Colors” può essere fatta non è quella di tendere troppo al radiofonico, di strizzare l’occhio alle soluzioni che suonano bene, di rendere lineari le idee di Beck (che lineari non sono mai, anche se invecchiando dimostra un modo di scrivere meno arzigogolato). L’unico cruccio è quello (forse) di essere arrivato tardi, di aver allungato la produzione del disco a dismisura (sono quattro le songs pubblicate in questi ultimi 2 anni, “Dreams” persino nel giugno 2015) e quindi di aver perso l’effetto sorpresa. In fondo ce lo si immaginava davvero così, questo disco di Beck, non si può rimanere sorpresi/delusi.

Ci sono artisti che riescono a mixare positività massima e malinconie abissali nello stesso disco (sto pensando ai Cure), mentre Beck è piuttosto un maniacale esploratore di un sentimento alla volta. E non può che andare benissimo per l’ascoltatore: se è dell’umore giusto può distrarsi con questo album che trasmette quanto Beck si sia divertito nel registrarlo, se invece l’animo non è per niente ben disposto alla propria collocazione nel mondo, c’è sempre l’ultimo Sufjan Stevens (meraviglioso) per approfondire i momenti meditabondi.

Poi ok, probabilmente “Colors” non primeggerà nelle classifiche di fine anno né si beccherà dei Grammy, ma chi va a svagarsi lo sa che non prenderà il Nobel per quello.

72/100

(Paolo Bardelli)