Christaux, la nuova vita di Clod degli Iori’s Eyes
Enrico Stradi
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Ne avevamo già parlato bene all’uscita del primo, e fino a poche ora fa unico, brano prodotto: era lo scorso giugno quando Clod – ex membro degli Iori’s Eyes, la band di cui faceva parte anche Sofia Gallotti, ora conosciuta come L I M, fece uscire “A Minute To Now“. Tappeti elettronica ad alta carica catartica e una voce molto più vigorosa di come eravamo abituati a sentire, vicina all’emotività di Perfume Genius.
Da pochi minuti però è uscito “The Fire”, il primo brano estratto dal “Ecstasy”, il suo primo disco solista, che uscirà il 28 aprile per La Tempesta. Già dai primi ascolti si può coglierne la grande intensità: l’elettronica si rivela il terreno su cui costruire composizioni articolate, che sfociano in una cosa noise. Tutto fa davvero ben sperare riguardo l’intero album: non resta che aspettare fiduciosi.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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