BALTHAZAR, “Rats” (Munich Records, 2012)

Con il loro secondo album “Rats” (prodotto e mixato da Noah Georgeson) i fiamminghi Balthazar ci ricordano la lezione cardine del pop: semplicità e complessità a braccetto per fini artistici più alti! Dove per semplicità si intende la forma canzone al servizio di storie complesse e per complessità invece l’utilizzo di tutti gli strumenti e i mezzi necessari a costruire la semplice fluidità. Operazione affidata poi al loro stile di apparente distacco descrittivo di fronte a disperazioni quotidiane, un distacco non glaciale, parco com’è non di emozioni (filtrate da un punto di vista elegante e addirittura sofisticato) ma di atteggiamenti sentimentali, e alla costruzione di un’implosione passionale che non trova vero sfogo, suggerita e poi abbandonata per essere poi ripresa e così via in un loop narrativo che innalza la tacca di questo pop sapiente.

Senza strafare, i Balthazar mostrano come a volte pochi elementi incrociati con l’intento di comunicare un’idea una, sono sufficienti a concretizzare una struttura e un genere, e a escludere quelle rarefazioni che ai meno talentuosi servono solo per fare fumo negli occhi. Nella title-track “The Oldest Of Sisters”, nella quale i Balthazar ricordano e superano certa inclinazione sfaccendata di alfieri indie come i Cake, serve solo che le battute d’apertura della chitarra pigra vengano affidate via via ai fiati, ai cori, a Marteen Devoldere (voce e chitarra), per creare così tensione frustrata. Questa viene prontamente sostituita poco dopo, nella bacharachiana “Sinking Ship”, dalla stupefacente allucinazione acustica regalata dalla voce cangiante di Devoldere che pizzica quella corda vocale in cui Bob Dylan diventa Lou Reed e viceversa. In “Later” i violini e la sezione ritmica, entrambi campionati, sono la semplice ossatura su cui si regge un’ossessione spietata che infine si dilegua senza commento. Nella bossa nova lenta e sensuale di “The Man Who Owns The Place” sono ancora i violini tesi a rappresentare questa volta il non detto erotico solo un po’ esplicitato dalla voce maltrattata di Devoldere. La visione di carnalità tremula, in cui erano maestri gli Arab Strap, si incrina nella successiva “Lion’s Mouth (Daniel)” gospel scarno dove un coro greco e un pianoforte sparuto riescono ancora, a stento questa volta, a trattenere l’urgenza di un’esplosione sacrale che invece si realizza a man bassa nella cavernosa “Any Suggestion”, processione celtica di un funereo inverno che ci tramortisce con un cantato affine a Nick Cave; due invece sono i brani “Do Not Claim Them Anymore” e “Listen Up” dove il languore e la semplicità si sposano senza intellettualismi, lasciando la sensazione di aver detto profondità sufficienti al silenzio.

“Rats” è un lavoro strutturato per dimostrare che il miracoloso è possibile anche senza capolavori, anche senza miracoli. Forse perché l’arte per accedere alla settima stanza della sapienza deve essere semplice e complessa, traghettatrice della profondità verso la superficie, impegnata a procedere per sottrazione e alleggerimento, escludendo dai contorni formali il sentimentalismo anche quando e soprattutto quando si parla di sentimento, perché è nella commozione intensa ma contenuta che possiamo conoscere la verità sul mondo e su noi che lo viviamo. Non è in fondo la migliore e più alta lezione della musica pop quando ha appunto raggiunto le vette assolute dell’Arte?

73/100

(Stefania Italiano)

2 novembre 2012

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