EDDA, “Odio I Vivi” (Niegazowana, 2012)

Un nugolo di ospiti e musicisti, ma al centro di tutto, ancora il sodalizio vincente di “Semper Biot”: Stefano Rampoldi e Walter Somà scrivono tutto e non si capisce mai dove finisca uno e inizi l’altro. Alla produzione sempre Taketo Gohara e, in più, fondamentale, Stefano Nanni ad occuparsi degli arrangiamenti orchestrali. Già, se Semper Biot era la fotografia di Stefano con chitarra, voce e testi che distruggevano e commuovevano, con Taketo ad inserire tocchi di impressionismo musicale che rendevano il tutto più particolare, adesso si fa sul serio. Prendete la poetica naif e sanguigna di Edda, amplificate al massimo gli interventi di Taketo, aggiungente un dispiegamento di fiati ed archi oltre che a frequenti esplosioni elettriche e avrete un’idea di ciò che è “Odio I Vivi”. E’ un disco imponente: una serie di ritratti di donne, violenta psicanalisi personale, repentini cambi di prospettiva, intarsi di silenzi e fragorosi tumulti ad elevare l’epica e l’impronta fortemente emozionale della scrittura di Stefano. “Odio I Vivi” quindi, lo si può considerare il vero ritorno di Edda e, sicuramente, un disco destinato a lasciare profondi segni nelle anime degli ascoltatori anche più di Semper Biot, a patto che ci si arrenda alla scontrosità iniziale e alla saturazione dei sensi che ogni pezzo ti spara nel cuore quando proprio non te lo aspetti.

Le soluzioni melodiche sono molto meno dirette rispetto al predecessore, ma pian piano si svelano nude e magnifiche, imponenti e melodrammatiche, intricate e coraggiose. E’ evidente che il pensiero di limitarsi per non perdere il consenso ottenuto con Semper Biot non è stato neanche considerato e il rischio di strafare lo si avverte ad ogni scricchiolio e ad ogni eccesso di saturazione sonora e può spaventare come proprio fare schifo. In realtà è soltanto vincente l’intento di mettere al massimo le manopole della potenzialità della sinergia creativa creata e a quel punto ci si lascia violentare con felicità. Magari se ne esce stanchi e rimbambiti, ma basterebbe anche “Tania” (“Io già la so, ma un altro corpo per favore no, è finita, è finita, io me ne vado così, felice di essere stato qui, l’ho gradita, è finita, Stefano mori così”) liberatoria e programmatica, a reggere il disco da sola tanto da riallacciarsi alla perfezione con il concetto che Edda ha dell’odiare i vivi e che tiene per sé.

80/100

(Giampaolo Cristofaro)

19 marzo 2012

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