VERDENA, “Wow” (Universal, 2011)

Diluviava e sono rincasato tardi, non ricordo che ora fosse quando mi sono addormentato. Saprei però dire con esattezza quando ho capito che questo non era uno dei soliti sogni. Ne avevo già fatti di simili, anni fa: ogni volta che alzavo la testa verso il cielo una musica risuonava nella mia realtà immaginaria, più forte a seconda di quanto in alto volgessi lo sguardo. Potevo quasi controllarne il volume andando su e giù con il capo, ma generalmente era così forte che generava una sensazione di impotenza: solo in alcuni frangenti si faceva più leggera e potevo essere io a decidere quanto lasciare che si propagasse nell’aria. L’ultima volta che mi è successo dev’esser stato quattro anni fa, ricordo la neve che cadeva quando mi sono svegliato. Solitamente si trattava di sogni caotici, in cui non distinguevo chiaramente le immagini perché completamente investito dal suono che mi circondava. Questo è stato diverso.

Viaggiavo sospeso e bucavo la città scendendo dalla Meridiana, la spinta del ritmo era regolare e mi permetteva di osservare gli isolati che mi stavo lasciando alle spalle. La voce era difficilmente decifrabile, sommersa dall’andamento melodico: solo il suono delle basse frequenze arrivava senza troppi sbalzi. La luce era diversa, mi sembrava di non averla mai vista così. Mentre mi lasciavo alle spalle Monumental iniziavo a realizzare cosa ci fosse di strano, perché la città fosse muta: normalmente avevo la percezione di quel che stava succedendo attorno a me, e potevo sentire i rumori semplicemente guardando dritto; in questo caso potevo solo scegliere se seguire la musica o fermarmi nel silenzio. Saltavo da un posto all’altro, come se ciò che sentivo fosse sfuggente al punto di trasportarmi ogni volta in un nuovo scenario: sembravano sequenze sfilacciate tra loro, senza un apparente legame.. dei pezzi di un mosaico che faticavo a comprendere. Ho iniziato a camminare a testa alta per capire cosa fosse quella musica. Ricordo che continuava a lasciarmi senza direzione, senza la capacità di distinguere le voci che mi giungevano come accavallate una sopra l’altra.
Il primo sussulto l’ho avuto dietro alla cattedrale. La piazza era affollata da una moltitudine di turisti e passanti, e nonostante non potessi captare i rumori avvertivo la vivacità delle persone che sembravano non curarsi della mia presenza. Solo dopo ho capito che non potevano vedermi. Mi sono soffermato su un nutrito gruppo di persone che bloccava il passaggio di una via laterale, così mi sono spinto a vedere cosa fosse. La musica era diventata quasi tamburellante e mi sembrava decisamente freak per uno scenario del genere, ma mi sono dovuto ricredere quando sono riuscito a entrare nel chiostro. E’ da qui che veniva la tanta curiosità: un giovane suonava una chitarra e io faticavo a cogliere la rarità nella situazione, essendo una scena a cui si poteva assistere ogni altro giorno. Mi sono arrampicato su un muretto per vederlo in faccia quando, continuando a suonare, di scatto ha preso a fissarmi spiritato. La gente che gli era a ridosso si è girata istintivamente per capire cosa avesse colto la sua attenzione, ma per loro ero invisibile: sottovoce cercavano di darsi una spiegazione che non aveva risposta e i loro occhi si perdevano nel vuoto. Ho continuato a concentrarmi solo sulla musica: era la stessa che mi giungeva dall’alto, lo vedevo dall’arpeggio sulle corde in perfetto sincrono, con la sola differenza che non potevo capire se la sua voce fosse la stessa che sentivo io. Dopo non molto ne ho avuto abbastanza ho deciso di scendere verso il mare, passando per le strette vie della città vecchia. Qui la musica aveva atmosfere quasi da cabaret e mi sembrava di far parte di un grande film la cui colonna sonora era tanto multiforme e allo stesso tempo coerente nella sua eterogeneità.
Ho abbandonato l’incanto delle case dei pescatori per il lungomare, fermando lo sguardo sul profilo delle torri del porto nuovo. La Mapfre aveva un’insegna più lunga, l’avevo già notata mentre arrivavo. Avvicinandomi a uno spiazzo che mi suonava così familiare ho scrutato il cielo, le tinte in lontananza si facevano scure nonostante il sole regnasse ancora solitario. Ho guardato verso l’alto per leggere la nuova scritta sull’estremità alta. Loniterp. Non ho fatto in tempo a finire di leggerla che la musica è diventata incontrollabile e potente e non c’era verso di placarla. Mi sono spinto a fatica fino alla spiaggia di Mar Bella mentre una serie di cori e voci in stile costa dell’ovest sembravano descrivere alla perfezione l’ambiente estivo che mi si parava davanti agli occhi: ricordo di aver pensato che fosse questa la mia California. Mentre le acque trasparenti perdevano l’intensità del calore di un sole che iniziava a essere coperto dalle nuvole sono entrato nel chiringuito per vedere che ora fosse. Il monitor appoggiato vicino alla casa trasmetteva il terzo canale con le previsioni meteo della zona. Stagione a rischio precipitazioni. Nell’allontanarmi attraverso i giardini ho sentito gocce pesanti colpirmi più volte le spalle, e ho iniziato correre alla ricerca di una tettoia. I palazzi grigi odoravano di nuovo e avrei voluto godermi la tempesta in arrivo dall’alto, per vedere il mare scosso dal vento agitarsi a poche centinaia di metri. Mi sono fermato sotto un balcone grande a sufficienza per ripararmi, davanti alle vetrine di un negozio di design. Mentre osservavo la furia delle nuvole rovesciarsi sulla strada ho scorto in lontananza tre figure in bicicletta venire nella mia direzione. Non erano quelle che credevo di conoscere: l’andamento del viaggio era piuttosto irregolare e i profili non erano quelli di tre ragazze. Si sono fermati a fianco del marciapiede sul lato opposto e guardavano nella mia direzione. Uno in particolare sembrava scrutarmi con un’espressione beffarda. Ho sfidato la pioggia fitta per attraversare la strada e guardarli più da vicino. Ho fatto solo in tempo a notare con stupore che, nonostante l’intensità del temporale, tutti e tre erano incredibilmente asciutti e la pioggia sembrava non sfiorare neanche i loro corpi. All’improvviso ho avuto tutto chiaro davanti ai miei occhi e ricordo di aver pensato come tutto questo fosse collegato. Sentivo ancora della musica se alzavo la testa, ma a quel punto non aveva più importanza capire cosa fosse: nella mia mente il cerchio si era chiuso. Le gambe hanno ceduto di colpo e mi sono ritrovato per terra, sorpreso da un effetto di stordimento: facevo una fatica tremenda a tentare invano di rialzarmi. Ho sentito le loro risate rompere il silenzio mentre cercavo di guardarli in faccia. Perchè loro avevano potuto vedermi? E perchè, se in quel mondo non esistevo, ero invece fradicio fino ai piedi? Continuavano a ridere di me e ricordo di essermi vergognato come non mai. Mentre sentivo le lacrime inumidirmi le labbra mi sono reso conto di non stare più sognando.

Nel buio della stanza ho allungato il braccio alla ricerca della lampada sul comodino. Gli occhi gonfi e e appesantiti dal sonno sono rimasti chiusi mentre cercavo di riconoscere al tatto l’interruttore. La mia mano si è fermata nel momento in cui ho tastato un oggetto di plastica: l’angolo di una pagina che spuntava mi ha quasi tagliato il dito. L’ho spostata e ho fatto scorrere i polpastrelli perchè riconoscessero su cosa poggiasse. La superficie ruvida veniva interrotta da una sezione circolare nel centro perfetto del quadrangolo. Sembrava destinata a portare qualcosa. Prima di poter dire a me stesso cosa fosse avevo di nuovo affondato la testa sul cuscino.

80/100

(Daniele Boselli)

Collegamenti su Kalporz:
[Foto] Verdena, Circolo degli Artisti, Roma, 27 gennaio 2011
Verdena – Canos EP
Verdena– Requiem
Verdena– Concerto al Rolling Stone (Milano)
Verdena– Il suicidio del samurai

4 febbraio 2011

2 Comments

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  2. Claudio Fontani

    21/02/2011 at 16:34

    Accidenti che trip! Deve averti davvero tolto il sonno questo discone 🙂

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