Ritorna a distanza di tre anni dall’ottimo “Il
Suicidio del Samurai” (uscito,e successivamente
promosso con concerti, anche in Francia, Germania,
Svizzera ed Austria) la band dei fratelli Ferrari
e Roberta Sammarelli, tornati nuovamente ad essere
un trio come agli esordi. L’assenza di due anni
dai palchi è stata rotta escusivamente
per tre date estive in territorio nostrano, usate
anche per proporre i pezzi che sono andati via
via formando la scaletta di questo nuovo album.
Chi ha assistito a questi concerti avrà
sicuramente colto la svolta operata nel sound,
fortemente influenzato dall’America dei gruppi
stoner, territori sonori esplorati da Kyuss e
QoTSA e ben più duri rispetto a ciò
a cui i Verdena avevano abituato. Sarebbe infatti
sbagliato parlare di un sound “internazionalizzato”,
caratteristica che i Verdena già possedevano
almeno dal secondo “Solo Un Grande Sasso” che,
nel rievocare le cavalcate psichedeliche dei Motorpsycho,
avrebbe potuto già da allora portarli oltre
confine.
La sensazione si avverte subito nell’iniziale
“Don Calisto”, che arriva dopo l’intro “Marti
In The Sky” e dove le intenzioni sono subito svelate:
sound sporco e aggressivo, chitarre distorte sostenute
da una base ritmica rumorosa e decisa. Stupisce
inoltre la capacità di portare i pezzi
dritti al dunque: canzoni quali “Isacco Nucleare”,
“Non Prendere l’Acme Eugenio” (citazione pinkfloydiana
livemente modificata) e “Was” suonano come vere
e proprie mazzate nello stomaco, batterie ossessive
e riff taglienti di un’intensità e corposità davvero
impressionanti. Trovano inoltre maggior spazio
gli episodi acustici, qui con “Angie” e “Trovami
Un Modo Semplice Per Uscirne”: una delle tante
facce dei Verdena, fino ad ora ascoltate più che
altro come lati b dei singoli, che non sfigura
affatto in una tracklist orientata senza dubbio
più al noise che alla quiete. Rumore che si fa
straripante nel finale assassino de “Il Gulliver”
la traccia più lunga assieme a “Sotto Prescrizione
del Dott. Huxley” dove il violento riff si trasporta
in code che scaricano tutta la cattiveria di una
band che mai si era spinta così lontano.
Tutto questo senza tralasciare, sarebbe una colpa,
i falsetti e il riff catchy di “Muori Delay”,
i momenti introspettivi-malinconici e più
– mi si conceda l’espressione – “vecchi Verdena”
ne “Il Caos Strisciante”, pronta comunque a esplodere
ancora una volta.
Se si tratti di disco della consacrazione sarà
il tempo a dirlo. La critica si dividerà
nuovamente tra chi apprezza (e noi siamo dalla
loro) e chi denigra, come accade ripetutamente
per ogni lavoro della band di Albino. Forse i
Verdena, che comunque andranno sempre per la loro
strada a prescindere dai giudizi, stanno stretti
all’Italia. E chissà che in futuro non
passino più tempo all’estero che dalle
nostri parti.
collegamenti su MusiKàl!
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