A tre anni di distanza dall’ultimo “Il
Suicidio Del Samurai”, ulteriore gradino verso
il raggiungimento di un’apparente maturità, i
Verdena tornano quest’anno con “Requiem”. Per
l’occasione ci si trova tutti al Rolling Stone
di Milano per gustarsi un’anteprima esclusiva.
C’è chi ne deve scrivere e chi ne deve
parlare. E anche chi ha vinto un concorso oppure
ha le conoscenze giuste. C’è anche chi
può semplicemente permettersi di esserci e non
perderà l’occasione per stare in seconda
fila a parlare tutto il tempo dei beneamati affari
suoi. Li chiamano “presenzialisti”, perché
l’importante è esserci e bersi la birretta
nel loco esclusivo; della musica poco importa.
Ecco... tu, triste trentacinquenne dall’aspetto
simile a Claudio Cecchetto, che hai passato tutto
il tempo a parlare anche se eri sotto il palco
investito da feedback che avrebbero dovuto strapparti
dal cranio quegli schifosi ricci con i quali tentavi
di abbordare una collega in tailleur che intanto
ballava come fosse in una discoteca fighetta da
post-cena-fra-stagiste-di-prada... se stai leggendo
queste parole sappi che ti sei perso un sacco
di cose. E spero che ti venga la dissenteria mentre
stai sciando.
Quello che il mio odiato disturbatore non ha
seguito è stato, per la cronaca, la presentazione
quasi integrale del materiale dal nuovo “Requiem”.
Ovvero una serie infinita di bordate sempre più
lontane dagli inizi simil-grunge un po’ pallidi
– in scaletta un solo brano, “Ultra-noia”, tratto
dall’esordio – e sempre più dentro un suono
“alternative” dal sapore internazionale. Tant’è
che sembra quasi un miracolo vedere una band italiana
con un certo seguito proporre pezzi come “Isacco
Nucleare”: talmente vicina a quel deserto da psichedelia
acida e così lontana dalle consuetudini
del bel paese, da aprire uno spiraglio verso un’attitudine
rock finalmente credibile.
Se quello che andiamo cercando nella vita fosse
sempre intrattenimento da stadio o gigionerie
ammiccanti, dovremmo abbandonare i Verdena dopo
tre secondi. Loro salgono, salutano (se va bene)
e iniziano a macinare rumore. Zero simpatia se
non a modo loro – massimo rispetto per chi introduce
le canzoni con “Questa è la prossima” – ma comunque
un sacco di motivi per rimanere ad ascoltare.
Prima di tutto l’incredibile partenza con “Sotto
Prescrizione Del Dott. Huxley”, lungo pezzo che
alterna echi che sanno di psichedelico a quei
riff stoner che sembrano diventati il pane più
saporito per i loro denti. I riferimenti infatti
sono tutti lì: Kyuss, Queens Of The Stone Age,
e gli immancabili Motorpsycho.
Dall’hard rock di “Muori Delay” (con corda che
si rompe dopo neanche metà pezzo) allo stoner
di “Non Prendere L’Acme, Eugenio” (uno dei loro
pezzi migliori), passando per l’ennesimo trip
con “Il Gulliver”, la scaletta sembra non dare
tregua. Se non fosse per la brevissima parentesi
acustica di “Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne”,
sembrerebbe di trovarsi nel bel mezzo di una tempesta.
Sensazione confermata dalla folle chiusura di
“Was”: sorta di delirio veemente, direi anche
insensato, che fra urla gutturali e ritmi indiavolati
ci prende a pugni sul muso e ci rimanda di botto
a casa.
Fra un basso distorto e una serie infinita di
delay, la nostra attenzione, lo ammettiamo, si
è concentrata più che altro sull’incredibile
drumming di Luca Ferrari: uno di quei musicisti
che invidi e ammiri e dal quale non smetteresti
mai di farti prendere a mazzate violente. Per
questo, una volta finita la canonica oretta e
mezza, sentivo di non averne abbastanza. Volevo
ancora rumore. Poi mi sono accorto che le mie
orecchie stavano fischiando paurosamente (e così
hanno fatto fino al giorno successivo), e a quel
punto ho capito che ne è valsa davvero
la pena.
collegamenti su MusiKàl!
Verdena - Il
suicidio del samurai
Queens Of The Stone Age - Lullabies
to Paralyze
Queens Of The Stone Age - Songs
For The Deaf
Queens Of The Stone Age - Rated-R
Motorpsycho - le
recensioni