SAMUEL KATARRO, “The Halfduck Mystery” (Trovarobato / Angle Records / Audioglobe, 2010)

Chi lo sa se Obama avrebbe vinto, in Italia. Ci sono diverse teorie secondo cui, qui in Italia, Obama non ce lo saremmo filato per nulla. A meno che Minzolini non ci avesse dedicato qualche suo illuminato editoriale, si capisce.

Samuel Katarro è il nostro Obama. “The Halfduck Mystery” un programma musicale per il futuro. Adesso che è arrivato davvero qualcuno che scombussola le carte, guarda tanto al pre-war blues quanto alla post-psichedelia, ha una voce con lo spessore di un vecchio del Mississippi, di Elvis e di Jeff, si macera nelle paure e si diverte come un discolo… ce ne accorgeremo?

Il secondo disco di Samuel Katarro è – finalmente! – un primo punto fisso di questo straordinario artista. “Beach Party” non catturava, a mio avviso, nemmeno un centesimo di quello che Samuel era e dava (soprattutto dal vivo). Ma non era facile rappresentarlo in quel momento storico, quando era da solo ad affrontare la penisola (che comunque, almeno un poco, se n’era accorta). Ora – con la band – le canzoni di Alberto hanno assunto una pienezza istrionica stupefacente: lui ha semplificato il songwriting, il polistrumentista Francesco D’Elia ha armonizzato il tutto, Simone Vassallo ha mantenuto il ritmo che prima invece era appannaggio del modo sghembo di suonare la chitarra di Samuel.

“Rustling” è una frustata sofferta in bilico tra Nick Cave e la scena di Canterbury, una canzone senza tempo in minore che a metà si apre in maggiore solo per un piccolo squarcio per poi riconcludersi in armonia chiusa nell’orgia strumentale finale. “Pink Clouds Over The Semipapero” e “The First Years Of Bobby Bunny” sembrano invece uscite fuori dal cappello magico di un prestigiatore di provincia in una improbabile festa paesana: la fantasia di Samuel Katarro è impressionante, e se la si unisce ai perenni rimandi colti sottostanti sorprende perché l’immaginazione diventa istituzionale senza che difetti la voglia di giocare. Dove trovare poi, qui nel triste Paese berlusconiano, la psichedelia arrembante, fragorosa e incipiente di “I Am The Musonator”? Di là dall’oceano negli Animal Collective, ok… ma qui?

E se in “You’re An Animal!” Alberto canta in maniera buckleniamente perfetta, con passaggi da brividi, l’altro capolavoro del disco – oltre “Rustling” – è certamente “Three Minutes In California”, un gioiello neofolk di rara bellezza con doppie voci alla Fleet Foxes e organetti sixties che trasporta in un tempo e luogo indefiniti, tra l’India e una galassia acida.

È questa la più bella caratteristica di “The Halfduck Mystery”: di essere senza tempo e senza spazio. E’ stato registrato a cavallo tra gli anni zero e questa decade ancora nebulosa da uno scricciolo pistoiese, in un paesino sperduto tra i fossi e le stazioni medio padane, ma potrebbe benissimo essere l’opera definitiva di un talentuoso e drogato bluesman incisa tra l’Alabama e il Tennesee sullo spegnersi degli anni sessanta.

L’Italia ha bisogno di Samuel Katarro. “Yes, he can”.

(Paolo Bardelli)

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