REAL ESTATE, Real Estate (Woodist, 2009)

Per la sempre più accorta e tentacolare Woodist di Jemery Earl (che tanti protagonisti del recente rinascimento shitgaze americano ha tenuto a battesimo, si pensi ai vari Blank Dogs, Wavves, Vivian Girls, Sic Alps, Crystal Stilts, Ganglians e i Woods dello stesso Earl), giunge ora l’acclamato album di debutto di questa band del New Jersey (ma ora residente anch’essa stabilmente in quel di NY), guidata dalle visioni storte del cantante e chitarrista Martin Courtney e dedita per lo più ad una rivisitazione personale di un surf folk psichedelico in bassa fedeltà.

Per chi ha amato i Grizzly Bear o gli Animal Collective più bucolici antecedenti lo scisma elettro-balearico dell’ultimo fortunato lavoro, ma anche per i cultori di certo gentile e remissivo pysch-pop intimista in odore di Yo La Tengo o Galaxie 500, questi Real Estate rappresenteranno senz’ombra di dubbio alcuno una piccola scorciatoia occultata tra il fogliame più fitto per ritornare in quel giardino delle delizie trascendentali che ancora si annida in qualche punto nascosto (e protetto) delle nostre usurate cortecce cerebrali (tutto sta a saperlo scovare).

Arpeggi jingle jangle di chitarre traspiranti e umide che scrosciano come pioggia tiepida nel bosco, armonie di cori onirici che si aggrovigliano in un vortice di riverberi intontiti, battiti letargici di batterie che tracciano sulla sabbia del sogno i cerchi ipnotici di un’attesa infinita e senza tempo: le canzoni di questi Real Estate si spandono a poco a poco nella mente dell’ascoltatore incantato soffiandogli finissima polvere psichedelica negli occhi, come assecondando i dettami imperscrutabili di un piccolo rituale iniziatico all’insegna del più arcaico sciamanesimo rock.

Di pezzi belli il gruppo ne regala diversi, sebbene l’impianto di base rimanga in sostanza il medesimo per tutta la durata del disco. Davvero notevoli ad ogni modo “Beach Comber”, “Pool Swimmers”, la lunga “Suburban Bevarage”, “Fake Blues” o “Black Lake”, tra gli esiti complessivamente più felici nella sua elegante compostezza accesa di blues. Pitchfork ha già pensato bene di dare a questo gruppo la gloria della sua ribalta mediatica, ma al di là dei limiti specifici di una proposta che incarna fin troppo bene gli stilemi più tipici e definiti di una neopsichedelia a pochi centimetri dal diventare maniera, “Real Estate” rimane decisamente un grande, a tratti grandissimo, album.

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