BECK, Modern Guilt (XL Recordings, 2008)

Ma come fa? È questa la riflessione ricorrente che accompagna ogni ritorno sulla scena dell’ineffabile californiano. Un indescrivibile mix di stili e suggestioni (folk, blues, disco, hip hop, psichedelica, electro e chissà cos’altro) si sono inseguiti e rincorsi per sei album nei primi sei anni di carriera fino allo scioccante riavvicinamento alle atmosfere acustiche del meraviglioso “Sea Change”. E poi di nuovo i mix letali degli ultimi lavori al solito confezionati benissimo e digeribilissimi, ma non al top delle idee (“Guero”, “The Information”). Dopo due album del genere, insomma, la sensazione di fondo del barile è più che motivata, anche se fare delle previsioni su un artista che ha costruito un ponte tra Robert Johnson e Prince passando per i Beastie Boys è una scommessa persa in partenza. Così, accantonando la collaborazione con il sesto Radiohead Nigel Godrich, si mette nelle mani di un altro Re Mida della produzione, Brian Burton meglio noto come DangerMouse, uno dei titolari del progetto electro-soul Gnarls Barkley nonché produttore di Gorillaz, The Good The Bad & The Queen, Rapture, Sparklehorse e Black Keys. E soprattutto il temerario che nel suo “The Grey Album” aveva accolto sotto lo stesso tetto sample beatlesiani e la voce di Jay-Z. Un altro segnale che si aggiunge a quello della copertina, insomma, sulle sonorità che ha, o meglio che potrebbe aver in mente questo Beck-parte decima. Brani schietti ed immediati, suoni più viscerali e ruvidi, soprattutto nelle ritmiche, da vera band 1967-1973. Non inganni il cupo beat d’apertura interrotto da chitarra acustica e inevitabile voce scazzata, dietro i groove di “Orphans” e della titletrack si nascondono delle virate pop psichedeliche e luminose aperture beatlesiane. Nel brano d’apertura, tra l’altro, si può provare a percepire il flebile controcoro di Chan Marshall aka Cat Power che ricompare, o almeno così pare, anche nella sinuosa “Walls”, crepuscolare sottofondo da spiaggia che suona un po’ come se i Gorillaz reinterpretassero gli XTC di “Skylarking”.

Come se i consueti cut-up alla Beck fossero stati registrati in uno studio completamente analogico con l’iniezione delle trovate sempre oscillanti tra passato e presente di DangerMouse (quando si dice il partner ideale). Impercettibili loop e basi fanno da collante nei tre minuti medi di ogni canzone tra le classiche intuizioni del 38enne Peter Pan del pop-rock americano che in questa produzione sembra prediligere una strumentazione più classica rispetto alle amate campionature. Si pensi all’intermezzo della peculiare sbronzissima slide-guitar acustica che si insinua tra gracchianti chitarre garage nell’incedere molto Flaming Lips di “Profanity Prayers”. O ai due brani dal gusto revival più pregnante, il danzereccio post-surf di “Gamma Ray” e il post-blues alla White Stripes di “Soul Of A Man”. Brani che probabilmente con altri suoni e altre soluzioni negli arrangiamenti scivolerebbero al rango di b-side o peggio nel dimenticatoio. Se l’unico brano in cui accenna qualche rappata, “Youthless”, funziona avendo tutta l’aria di una reprise del brano più dark e riuscito del precedente lp, “Cellphone’s Dead”, attira invece l’attenzione “Replica”, inimmaginabile rivisitazione di claustrofobie d’n’b-IDM in fumosi sprazzi da lounge-club anni Settanta.

Laddove le incursioni electro di DangerMouse si fanno da parte, restano centrali i secchi groove di batteria, vari e incessanti come nell’allucinata “Chemtrails”. Degna delle atmosfere visionarie del capolavoro “Odelay” suona come il brano che i Blur avrebbero dovuto e voluto scrivere prima di farsi da parte. Laddove invece, dopo neanche mezzora di musica, nell’ultimo brano della raccolta, sono le perfide e vivaci ritmiche a defilarsi, resta la bellezza della voce sognante e scanzonata di Beck, un dimesso accompagnamento trip-hop e un paio di orchestrazioni riciclate da “Sea Change”. L’immaginifica “Volcano” mette il sigillo sull’album scacciando ancora una volta gli spettri del flop. Ma come fa?

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