KAISER CHIEFS, Yours Truly, Angry Mob (B-Unique / Polydor, 2007)

Non è del tutto chiaro quale possa essere l’obbiettivo di questa seconda attesissima prova discografica dei britannici Kaiser Chiefs. Riconfermare quel che di buono si era detto nel precedente pluripremiato “Employment” del 2005? Spingersi oltre, cercando di ampliare lo spettro stilistico e formale della propria musica? E’ molto difficile rispondere a queste domande. Molto difficile e molto facile.

Infatti il suono dei “nuovi” Kaiser Chiefs, dopo ripetuti ascolti, non appare molto mutato nella sua sostanza e in quelli che sono i suoi caratteri distintivi. Semmai c’è stata una piccola e naturale evoluzione che può essere facilmente colta nel piglio più vivace e movimentato (rock’n’roll verrebbe quasi da dire) di quasi tutte le composizioni incluse in questo “Yours truly, angry mob”. Rispetto al passato risulta molto più presente e determinante la chitarra (sono numerosi infatti gli assoli, il più delle volte puramente ornamentali e non molto articolati), chitarra che va ad occupare quegli spazi che nel lavoro del 2005 venivano spesso e volentieri riempiti dalle tastiere. Un disco molto elettrico e prestante, che trova nella canzone “Ruby” (primo singolo estratto) un eloquente ed esaustivo manifesto: strofe rivestite da una carrozzeria seventies rombante e un ritornello piacevolmente vintage che si diverte a impastare Rolling Stones e Beach Boys. “The angry mob” mostra in maniera piuttosto evidente i passi da gigante compiuti dal gruppo dal punto di vista compositivo: il pezzo abbina un consueto e ormai proverbiale acume melodico di marca brit ad una struttura molto ricca e fittamente ramificata, costruita su continue variazioni di prospettiva che tendono a stratificarsi l’una sull’altra fino alla deflagrazione di hard-rock robotico del sorprendente finale. Le successive “Highroyds” e “Heat dies down”, pur se molto orecchiabili con le loro montagne russe di chitarre spumeggianti e cori contagiosi, pagano forse un dazio troppo salato a quella che può essere considerata la maggiore fonte d’ispirazione dei Kaiser Chiefs: i Blur (con i quali condividono ora anche lo storico produttore Stephen Street).

“Love’s not a competition (but I’m winning)”, più pacatamente orientata verso le placide e calde distese fiorite di Keane e Coldplay, fa forse rimpiangere quell’indole scherzosa e un po’ cazzeggiona che tanta importanza aveva avuto nel disco precedente e che qui pare essersi misteriosamente volatilizzata nel nulla. “Thank you very much” imbocca un binario punk più trafelato e nevrotico, ma è solo con “I can do it without you” che si riassapora tutto lo straordinario potenziale melodico dei Kaiser Chiefs, all’apice della loro “inglesità” e finalmente ritornano a sbocciare i gloriosi “LaLaLa”, così decisivi e caratterizzanti in passato nell’economia di scrittura di questo gruppo. L’inarrestabile epopea glam di “My kind of guy”, i continui scarti e sussulti della schitarrante “Everything is average noeadays” con il suo fluido e gratificante slalom powerpop e “Learnt my lesson well” (molto bowiana nel disegno e nella struttura, con tanto di sontuoso intro pianistico) offrono in termini qualitativi gli episodi migliori e più convincenti di questo disco (pur riciclando intuizioni già ampiamente sfruttate nella produzione passata). Le finali “Try your best” e “Retirement”, piuttosto scialbe, non aggiungono invece molto e non smentiscono, in positivo come in negativo, le impressioni complessive.

Sono molti i limiti e le smagliature di questo “Yours Truly, angry mob”, a voler essere pignoli. Intendiamoci, il disco è pienamente sufficiente e dilettevole (anche se orfano di un singolone definitivo e trasversale) e non delude certo le aspettative degli aficionados. Ma c’è forse un problema fondamentale: il suo essere secondo, il suo inevitabile arrivare “dopo”, che finisce col togliere al gioco gran parte del divertimento e dello stupore, in un panorama come quello attuale capace di produrre gruppi e musiche come quelle dei Kaiser Chiefs ad un ritmo medio di due o tre a settimana. Insomma: un buon disco, uno dei tanti buoni dischi che dimenticheremo fra qualche mese e che forse riascolteremo per scrupolo e con una certa svogliatezza quando verrà dato alle stampe il suo successore (se mai uscirà).

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