BRETT ANDERSON Brett Anderson (V2, 2007)

A guardare la copertina del freschissimo esordio solista di Brett Anderson (in un passato non troppo lontano voce di Suede e Tears) si ha come l’impressione che l’ormai quasi quarantenne cantante londinese sia da poco riaffiorato da una lunghissima e travagliata degenza ospedaliera. Volto asciutto e scavato, colorito pallido, uno sguardo torvo e perso a rimuginare nel vuoto, Anderson ha tutta l’aria di un reduce, e forse lo è davvero, così come reduci sono probabilmente tutte le persone che si accosteranno a questo disco. Reduci di un epoca del pop britannico che non ritornerà e che nemmeno le carezze di queste undici nuove canzoni riusciranno a ridestare dal suo torpore.

Ma in fondo questo c’era da aspettarselo: sulla falsariga di Jarvis Cocker o Richard Ashcroft anche Anderson decide di realizzare un album intimo e bisbigliato, ombroso e autunnale, scritto in bella grafia su fogli di una pergamena strumentale sottile e trasparente. Le canzoni si dispongono come schegge di uno specchio andato in frantumi e ognuna ruba un pezzo dell’Anderson che fu o che avrebbe potuto essere. Si comincia con “Love is dead”, piccola bomboniera pop ornata da vezzose rifiniture orchestrali di stampo bacharachiano, con la quale un Anderson stanco e disilluso si costruisce un dorato esilio mentale. La successiva “One Lazy Morning” sembrerà ai più maliziosi un vecchio valzer incartapecorito dai meccanismi piuttosto rugginosi che finisce con lo sproloquiare melodie e idilli domestici in puro “coldplayese”, contraffatto per giunta. Le cose peggiorano ulteriormente con “Dust and Rain” che barcolla pericolosamente su un baratro di chitarre infeltrite prima di aggrapparsi ad un ritornello glam infelice e piuttosto faticoso. Per tacere poi di “Intimacy” che in teoria sarebbe un brano elettropop ballabile degno della migliore tradizione brit, se solo la sezione ritmica non gli fosse stata estirpata con la forza fino a renderlo del tutto bolso e cascante. Con “To The Winter” si scivola già nelle paludi dell’autocitazione più selvaggia, con il ritornello cadaverico che cannibalizza i giri melodici dei primi due pezzi… Questo per quanto riguarda le cose inutili o brutte.

Da “Scorpio Rising” il disco ricomincia a prendere quota e si riaffaccia qualche sparuto episodio di maggior spessore compositivo. La succitata canzone ha un movimento sinuoso che ricorda “Lost in Tv”, uno dei pochi momenti musicalmente gradevoli dell’ultimo controverso album dei Suede, e si schiarisce in un ritornello aurorale e intriso di amarezza, involontariamente vicino a certe atmosfere di frontiera formato “Desperado”. La successiva “The Infinite Kiss” è forse il pezzo migliore della raccolta e urterà terribilmente gli animi dei più suscettibili per la sua struggente stucchevolezza, ma Anderson è pur sempre un musicista che ha fatto del continuo rischio di scadere nel kitch una nobile e venerabile arte (come del resto anche i suoi maestri Bowie e Morrisey), e quindi qualche svolazzo di gratuito narcisismo gli deve comunque essere concesso. “Color of night” sussurrata in punta di pianoforte e archi, ha il sobrio e anonimo decoro della tappezzeria floreale di un qualche interno borghese stile Impero. In “The More We Posses, The Less We own Of Ourselves” Anderson riversa invece le sue passioni per l’Opera e il risultato ( a tratti simile ad una versione tascabile del classico suediano “Still Life”) non dispiace affatto. “Ebony” ha un profilo più dimesso e garbato che ripiega mollemente in sé stesso, in un gioco di cori soffusi e jingle jangle crepitanti di byrdsiana memoria. Conclude “Song For My Father” che allarga i suoi cerchi orchestrali ad un ritmo sempre più lento, fino a specchiarsi in placide e rafferme acque di pop stiracchiato.

Che dire? Un disco che non raccoglierà grandi consensi critici e finirà con il deludere le aspettative di qualche fan più esigente, un disco al quale sarebbe già troppo chiedere di rilanciare un mito musicale ormai sepolto e quasi dimenticato. Un disco, in definitiva, che si accontenta di offrire un’onesta mezz’ora di compagnia poco invadente e la luce tiepida di qualche lontano ricordo.

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